(di P. Antonio Maria Sicari o.c.d.)

«L’amicizia: accordo su tutte le cose divine e umane»

Il tentativo di defi nire l’amicizia — considerata come un bene prezioso dell’umanità — è molto antico. È stata attribuita già ad Aristotele l’affermazione che «gli amici hanno una sola anima in due corpi», ripresa poi da Sant’Agostino (Conf. 4,4–7) e da San Tommaso d’Aquino (Somma th. II–II, 22,1). Altrettanto signifi cativo è l’antico adagio che dice: «L’anima risiede più dove “ama” che nel corpo che “anima”», che S. Giovanni della Croce ripete volentieri nel suo Cantico Spirituale: spiegando che «L’anima vive per amore in ciò che ama» (Str. 8,3).

I cristiani, provocati dalla descrizione degli Atti degli Apostoli che attribuiscono alla prima comunità dei credenti il dono di «avere un solo–cuore–ed–anima» (2,41) si sono subito sentiti eredi privilegiati di quell’antico ideale greco, coscienti però di poterlo realizzare soltanto per la forza attrattiva dello Spirito Santo. E ne ritrovavano la conferma nella più precisa definizione data già da Cicerone nel suo trattato Sull’amicizia: «Essa consiste nel perfetto accordo su tutte le cose divine e umane, accompagnato da benevolo affetto » (Lael. 6,20).

Certo Cicerone non sospettava affatto d’avere già invocato il mistero cristiano dell’Incarnazione! E fu proprio questa definizione che, al momento opportuno, permise ai cristiani di descrivere con accuratezza l’ideale inconfondibile della loro amicizia, senza paura di sottolinearne l’assoluta unicità e perfezione.

“Un amico di vecchia data”

In tema di amicizia cristiana possediamo un documento eccezionale: una lettera (n. 258) che Sant’Agostino scrisse a un vecchio amico del tempo della giovinezza, quando costui si decise (ma piuttosto tardivamente) ad abbracciare la sua stessa fede.

L’eccezionalità sta in questo: senza rinnegare il legame vissuto fin dagli anni giovanili con Marziano, Agostino non teme di spiegargli che, solo accostandosi a Cristo, egli è divenuto finalmente suo “vero amico” e “degnissimo di affetto”. Gli invia perciò una lettera con questo affascinante indirizzo: «Antiquissimo amico, quem tamen non habebam, quamdiu in Christo non tenebam» (A un amico di vecchissima data, che però non avevo davvero fin quando non l’ho avuto in Cristo). Con affetto ed eleganza egli rievoca perciò gli anni in cui Marziano gli era vicinissimo in tutti i trascorsi giovanili e lo assecondava in tutte le sue passioni e commenta:

«La nostra amicizia zoppicava certamente riguardo alla parte più importante di quella definizione (cioè, “l’accordo sulle cose divine!”). La nostra infatti era una perfetta intesa solo sulle cose umane, ma non anche su quelle divine, anche se accompagnata da benevolo affetto».

Venne poi (solo per Agostino) il momento della conversione: restò una certa amicizia con Marziano, ma ormai mancava tra i due sia “l’accordo sulle cose divine”, sia “accordo sulle cose umane”.

Ed ecco il paradosso: restavano amici, ma a filo di logica non c’era tra loro nessun accordo, e non erano amici “nemmeno in parte”: «Avviene in tal modo, che tra amici tra i quali non c’è perfetto accordo sulle cose divine, non può esserci pieno e sincero accordo neppure sulle cose umane. E questo accade perché è inevitabile che stimi le cose umane diversamente da quel che si conviene colui il quale disprezza le cose divine, e che non sappia amare rettamente l’uomo chiunque non ama Colui che ha creato l’uomo. Per tal motivo io non dico che ora tu mi sei amico più pienamente, mentre prima lo eri solo in parte, ma — come ci avverte la logica — dico che non lo eri nemmeno in parte, dal momento che nemmeno riguardo alle cose umane eri stretto a me da vera amicizia. Infatti non eri partecipe con me delle cose divine, in confronto alle quali si valutano quelle umane, sia quando ne ero lontano io stesso, sia dopo che io, alla meglio,  cominciai a comprenderle, mentre tu ne sentivi parecchia ripugnanza» (n.2).

In fondo Agostino non teme di spiegare a Marziano che non erano mai stati veramente amici: «Non voglio però che te l’abbia a male né che ti sembri strano se al tempo in cui io m’arrovellavo alla ricerca delle vanità del mondo, tu non eri ancora mio vero amico, sebbene ti sembrasse di amarmi assai, dal momento che nemmeno io ero amico di me stesso, ma piuttosto nemico, poiché amavo l’iniquità ed è vera, perché divina, l’affermazione contenuta nei Libri Sacri: Chi ama l’iniquità, odia l’anima propria. Poiché dunque io odiavo l’anima mia, in qual modo potevo avere un amico sincero in chi m’augurava le cose a causa delle quali io sopportavo me stesso come nemico? Quando invece brillò al mio spirito la benignità e la grazia del nostro Salvatore, non già in conformità dei  miei meriti, ma della sua misericordia, in che modo avresti potuto essermi vero amico mentre eri maldisposto verso di essa, dato che ignoravi del tutto in virtù di che cosa potevo esser felice e non mi volevi bene in ciò per cui ero diventato ormai in qualche modo amico di me stesso?» (n.3)

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Il nodo cristiano dell’amicizia

Insomma: la storia tra Agostino e Marziano era stata la storia di due che volevano essere amici, ma non riuscivano ad esserlo davvero. E tali restarono finché Dio non annodò il loro affetto in Cristo Gesù:

«Sia quindi ringraziato Dio che s’è degnato di renderti una buona volta mio amico. Ora sì che c’è tra noi perfetto accordo sulle cose umane e divine accompagnato da un’affettuosa benevolenza in Cristo Gesù nostro Signore, nostra autentica e genuina pace!» (n. 4).

La logica stringente di Agostino era tutta fondata sull’inscindibile unità dei due comandamenti in cui Dio «ha riassunto tutti gl’insegnamenti divini: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”; e “Amerai il tuo prossimo come te stesso. In questi due comandamenti si fonda tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37–40). Nel primo comandamento c’è il perfetto accordo sulle cose divine secondo quello sulle cose umane, accompagnato da affettuosa benevolenza. Se insieme con me li osserverai con la massima fedeltà, la nostra amicizia sarà sincera ed eterna e ci unirà non soltanto l’un all’altro, ma anche allo stesso Signore» (n.4).

Resta una grave domanda: la lettura stringente che Agostino dà sulla sua esperienza di amicizia, può o deve essere generalizzata fino all’affermazione che solo due veri cristiani possono essere veramente amici?

La risposta è semplice: non si tratta di una ricetta o di un giudizio da applicare agli altri, ma di una chiamata all’amicizia cristiana intesa secondo la massima interiorità possibile. Basterà aggiungere alla riflessione di Agostino la sottolineatura che i due grandi comandamenti si sono totalmente incarnati e unificati (sia come precetto sia come obbedienza) nella Persona stessa di Gesù.

Chi dunque ha avuto il dono dell’amicizia di Cristo sa di non poter dare alla parola amicizia un altro significato. Il compito dei cristiani non è quello di giudicare le amicizie altrui, ma quello di mostrare come si celebra una vera “liturgia dell’amicizia”: quella in cui due amici (secondo la molteplicità delle possibili relazioni amicali) imparano a incontrarsi riconoscendo in sé stessi “l’abbraccio di Cristo con Cristo”.

Ogni vera amicizia cristiana si celebra, infatti, con questa consapevolezza: «Cristo che vive in me» viene incontro a «Cristo che vive in te».

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 18, NUMERO 2, Giugno 2017