Irlanda del Nord. Nel quarantesimo anniversario della morte di Bobby Sands

Intervista a Riccardo Michelucci (a cura di Virginio Marconato)

«La vittoria non sarà di coloro che infieriscono di più, ma di coloro che soffrono di più»

Terence MacSwiney, scrittore irlandese, morto nel 1920, dopo 74 giorni di sciopero della fame

Quarant’anni fa, nel maggio 1981, dopo sessantasei giorni di sciopero della fame trascorsi in condizioni spaventose nella prigione di Long Kesh a Belfast, moriva a 27 anni l’attivista dell’IRA, l’esercito di liberazione nordirlandese, Bobby Sands. Una folla di centomila persone partecipò al suo funerale. Nato nel 1954 in un sobborgo di Belfast in cui vivevano famiglie cattoliche e protestanti, a metà degli anni sessanta il giovane Bobby divideva il suo tempo fra gare podistiche in un gruppo sportivo protestante e la squadra di calcio, anch’essa mista, della sua scuola. Era molto lontano dal fanatismo settario con il quale lui e la sua famiglia però dovettero fare i conti nel 1969, quando le famiglie cattoliche come la sua furono cacciate dal quartiere, le case requisite o bruciate. Tentò di guadagnarsi da vivere come apprendista meccanico, ma, stanco delle continue violenze ed umiliazioni, nel 1972 entrò a far parte dell’IRA. Nel 1976 venne arrestato e, senza prove a suo carico, imprigionato a Long Kesh.

Parliamo di questa vicenda con Riccardo Michelucci, giornalista, saggista e traduttore, studioso dell’Irlanda, scrive per il quotidiano Avvenire, collabora con Il Venerdì di Repubblica, Focus Storia e Radio 3, autore del libro Storia del conflitto anglo–irlandese, otto secoli di persecuzione inglese (ed. Odoya).

 

Nel suo libro lei sostiene che nel conflitto anglo–irlandese uno dei fattori determinanti sia stato il razzismo inglese verso gli irlandesi, considerati e trattati nei secoli come razza inferiore, piuttosto che l’inimicizia tra cattolici e protestanti. 

Nel mio libro ho cercato di dare una lettura storica complessiva di un periodo di parecchi secoli. È chiaro che attraversando molte epoche le situazioni risultano profondamente cambiate nel corso del tempo, ma l’obiettivo è rimasto sempre quello: fare dell’Irlanda una sorta di “giardino sul retro” dell’Inghilterra. Mentre nel Tardo Medioevo a muovere i re e gli eserciti anglo–normanni era il semplice spirito di conquista, dal XVI secolo in poi l’Irlanda è stata considerata un bastione difensivo imprescindibile per coprire il fianco occidentale dell’Impero britannico, in particolare da possibili attacchi navali da parte delle altre grandi potenze europee dell’epoca, come la Francia e la Spagna. Controllare l’isola vicina ed evitare che potesse trasformarsi in una testa di ponte per possibili attacchi contro l’Inghilterra divenne una necessità di cui Londra non poté fare a meno. L’Irlanda fu di fatto la prima colonia inglese, conquistata quando ancora né l’Inghilterra, né la stessa Irlanda erano entità statuali compiute in senso moderno. Dopo la Plantation di era Elisabettiana e l’arrivo in massa dei coloni anglo–scozzesi di religione presbiteriana e anglicana, l’Irlanda è stata considerata sempre più come parte integrante del Regno Unito, fino all’abolizione del suo parlamento e all’Atto di Unione con Londra del 1801. È stata la prima colonia ed è rimasta di fatto anche l’ultima: nel 1921 gli inglesi, non potendola più controllare nella sua interezza, abbandonarono gran parte del suo territorio ma se ne ritagliarono un fazzoletto nel nord–est (peraltro l’unica parte industrializzata) per creare lo staterello artificiale dell’Irlanda del Nord, gettando le basi per nuovi conflitti. In tempi recenti Londra avrebbe voluto recidere definitivamente questo legame ma troppi interessi economici, geopolitici e strategici, oltre che di orgoglio nazionale, le hanno impedito di farlo.

In questo sanguinoso conflitto quale ruolo ha avuto la Chiesa Cattolica con i suoi esponenti?

La domanda meriterebbe una risposta molto approfondita. Riferendomi esclusivamente all’ultimo secolo di storia, ovvero dalla nascita dell’Irlanda del Nord a oggi, si può dire che la Chiesa cattolica abbia a lungo contrastato l’indipendentismo irlandese nei primi decenni del XX secolo preferendo un cauto mantenimento dello status quo, talvolta allearsi con Londra e con la classe dirigente anglo–irlandese (a prescindere dall’appartenenza confessionale). Questo per quanto concerne le gerarchie. Ma ovviamente ci sono state anche tante luminose eccezioni, con esponenti del clero cattolico che hanno lavorato a fondo per la pace e la giustizia. Penso ai tanti preti nordirlandesi che sono stati vicini alle comunità cattoliche profondamente discriminate fino a qualche decennio fa e mi piace ricordare in particolare la figura del sacerdote redentorista Alec Reid del monastero di Clonard, a Belfast, la cui azione diplomatica segreta negli anni ‘80 favorì un dialogo tra la leadership dell’IRA, il governo britannico e la comunità presbiteriana. Anche grazie a lui, l’eroe sconosciuto del processo di pace scomparso alcuni anni fa, nel 1998 fu sottoscritto un Accordo di pace che ha trasformato l’Irlanda del Nord in un modello di risoluzione dei conflitti da replicare in altre parti del mondo. 

Quali vicende portarono allo sciopero della fame di Bobby Sands e dei suoi compagni?

Lo sciopero della fame del 1981 nel carcere di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, rappresentò l’apice di una durissima protesta carceraria che durò anni e vide quell’anno una drammatica escalation. A partire dalla seconda metà degli anni ‘70 il conflitto anglo–irlandese fu combattuto attraverso due binari paralleli: gli scontri nelle strade e le lotte nelle prigioni. Queste ultime nacquero, nello specifico, dopo la decisione del governo di Londra di attuare una politica di “criminalizzazione” dei detenuti irlandesi: dal 1° marzo 1976 fu negato loro lo status di prigionieri politici di cui avevano beneficiato fino ad allora per equipararli ai criminali comuni, al fine di svilire la loro lotta. Le richieste dei detenuti in sciopero della fame potevano essere sintetizzate in cinque punti: il diritto di indossare i propri vestiti invece dell’uniforme carceraria, il diritto a essere esentati dal lavoro in carcere, il diritto di libera associazione con gli altri prigionieri politici durante le ore di svago, il diritto a una visita e a una lettera oppure a un pacco alla settimana, infine il diritto alla riduzione della pena. Bisogna anche tener conto del fatto che le condizioni carcerarie in cui furono costretti a vivere per anni furono a dir poco bestiali. Nel 1980, un anno prima che cominciasse lo sciopero che terminò con la morte di Bobby Sands e di altri nove detenuti, il cardinale Tomas O’Fiach visitò il carcere di Long Kesh e pronunciò parole molto eloquenti. «Neanche agli animali permetteremmo di vivere in quelle condizioni», disse. «Ho visto scene simili soltanto tra le centinaia di senzatetto nelle fogne delle aree malfamate di Calcutta. Era quasi insopportabile la puzza e la sporcizia delle celle, i resti di cibo andato a male e gli escrementi umani spalmati sulle pareti. In due di quelle celle non ho aperto bocca per paura di vomitare».

Quale fu nella vicenda di Bobby Sands e compagni il ruolo del leader del Sinn Féin, Gerry Adams, la cui reputazione sembra essere stata macchiata dall’accusa di non aver consentito l’interruzione dello sciopero? 

Questa polemica è scoppiata alcuni anni fa, in seguito alla pubblicazione di due libri scritti da un ex prigioniero politico che fu in carcere in quegli anni, Richard O’Rawe, il quale ha affermato che, dopo il quarto morto per lo sciopero, il governo britannico avrebbe accettato le condizioni dei prigionieri in cambio della fine della protesta. Se tale proposta fosse stata accettata si sarebbe dunque potuta salvare la vita degli altri sei detenuti che invece morirono in seguito a Long Kesh. Ma appunto il movimento repubblicano e lo stesso Adams avrebbero rifiutato assai cinicamente l’offerta britannica per massimizzare l’onda emotiva di quelle morti. Il fronte repubblicano, in questi anni, si è spaccato tra chi sostiene che sia una menzogna per infangare lo stesso Adams e la leadership del movimento e chi invece afferma che sia tutto vero. Personalmente non ho elementi per dare ragione a una parte o all’altra e non voglio giudicare quello che non conosco. Mi limito a rilevare che la gigantesca figura di Gerry Adams è senza dubbio piena di ombre e di ambiguità, non solo relative a questo singolo episodio, ma che molti suoi machiavellismi sono stati anche indispensabili per portare avanti con successo il lungo percorso verso la pace.

La prima ministra inglese dell’epoca, la lady di ferro, Margaret Thatcher, ebbe un atteggiamento spietato. Perché fu inflessibile di fronte alle richieste dei rivoluzionari, non le importavano le ripercussioni internazionali?

Non solo non le importavano, ma credo che non le temesse più di tanto. La politica britannica nei confronti dell’Irlanda del Nord è sempre stata caratterizzata da un elevato livello di propaganda che è riuscita a condizionare fortemente l’opinione pubblica interna ed internazionale. Una delle cose che ho cercato di spiegare nel mio libro è proprio il concetto della presunta superiorità inglese su un popolo, quale quello irlandese, che per secoli è stato considerato “inferiore”. Ciò è servito a rafforzare di fronte all’opinione pubblica britannica l’idea che l’intervento inglese portasse dei benefici e contribuisse anche a “civilizzare” gli irlandesi. È stato un approccio funzionale alla giustificazione dello sfruttamento dell’Irlanda da parte degli inglesi e allo stesso tempo indispensabile per celare la realtà. Gran parte dell’opinione pubblica inglese è tuttora convinta che i soldati di Sua Maestà siano stati impegnati per decenni, in Irlanda del Nord, in una missione di peacekeeping per tenere a bada due comunità riottose e in costante conflitto tra loro, e che Londra non abbia quindi alcuna responsabilità storica in quanto è accaduto.

Quali conseguenze ebbe la tragica conclusione della protesta dei blanket men

Nell’immediato, alcuni giorni dopo la fine dello sciopero il governo britannico consentì finalmente ai detenuti di indossare i loro abiti civili e lo status di prigioniero politico fu gradualmente reintrodotto nelle carceri dell’Irlanda del Nord. Da quel momento in poi, e fino alla conclusione del conflitto, le condizioni carcerarie dei prigionieri repubblicani sarebbero state assai diverse da quelle riservate a Bobby Sands e ai suoi compagni.

Ma soprattutto, la clamorosa elezione di Bobby Sands al Parlamento di Westminster con oltre trentaduemila voti avrebbe segnato uno spartiacque decisivo del conflitto, poiché convinse il suo popolo che il confronto elettorale – fino ad allora visto con grande sospetto – costituiva una valida alternativa alla lotta armata. All’inizio degli anni ‘80 il Sinn Féin era un piccolo partito semi-clandestino, braccio politico dell’IRA, e i suoi membri erano costantemente ricercati, incarcerati e uccisi. Ma dalla morte di Bobby Sands in poi ha conosciuto una crescita costante che l’ha trasformato in un partito di massa in tutta l’Irlanda, capace di orientare le sorti della nazione per via democratica.

A 23 anni dagli Accordi del Venerdì Santo che hanno posto fine a quasi trent’anni di inaudite violenze, soprattutto verso la comunità cattolica, come stanno le cose in Irlanda del Nord?

Pur tra mille difficoltà e battute d’arresto direi che la pace costruita nel 1998 si è consolidata. Gli scontri che hanno avuto luogo nel mese di marzo e aprile nei quartieri unionisti–protestanti non costituiscono una concreta minaccia allo status quo. Nei prossimi anni la Brexit riscriverà il futuro dell’Irlanda del Nord, portandola molto probabilmente verso la riunificazione. È lo stesso Accordo di pace del 1998 a fornire una Road map in tal senso, perché obbliga il governo britannico a concedere una consultazione referendaria sulla riunificazione irlandese nel momento in cui sarà la maggioranza della popolazione a chiederlo. Di certo sarà necessario convincere gli unionisti che i loro interessi saranno garantiti anche in un’Irlanda unita.

E cosa resta oggi, a 40 anni dalla morte, della vicenda di Bobby Sands?

Con il trascorrere del tempo l’eredità di Bobby Sands diventa sempre più grande e universale, tanto da essere diventata un punto di riferimento per tutte le lotte di liberazione del mondo. Ovunque ci si batte per la libertà, per la giustizia sociale e contro l’oppressione dei popoli non si può non pensare al sacrificio e all’esempio di Bobby Sands.

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 22, NUMERO 3, Giugno 2021

 

BobbySands_COPERTINA_Scritti_Dal_Carcere_PaginaunoScritti dal carcere. Poesie e prose (Paginauno)

Bobby Sands, in quelle terribili condizioni, ebbe anche la forza di comporre numerose poesie e pagine di prosa, scrivendo su carta igienica e cartine di sigarette che poi faceva uscire clandestinamente dal carcere. Tradotte recentemente, sempre a cura di Michelucci, offrono l’immagine di un uomo lucido ed inflessibile, caratterizzato da una straordinaria sensibilità umana e morale che lo porterà alla scelta finale: «Oggi mi sento come un cadavere vivente, quelle gambe che una volta correvano per chilometri desiderano rivivere e tornare a correre. Corro un’altra gara nella mia mente e lo squallore che mi inghiotte e mi avvolge ride di me, mentre fisso incredulo le mie gambe e il mio corpo nudo». (Scritti dal carcere, Ed. Paginauno, pp. 181-182) Una storia triste e senza tempo che va ricordata e che deve fungere da monito per gli oppressori di ogni epoca, come bene scrisse Manzoni: «I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Egli era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio» (I Promessi Sposi, cap. II).

Riccardo MichelucciRiccardo Michelucci. Nato nel 1870. Laureato alla facoltà di scienze politiche dell’Università di Firenze, ha studiato politica e cultura dell’Irlanda all’University College di Dublino. Ha iniziato la carriera di giornalista collaborando con il settimanale Diario e con il mensile Storia & Dossier. Dopo un passato radiofonico a Popolare Network, attualmente scrive regolarmente su Avvenire, Focus Storia e Il Venerdì di Repubblica. Saltuariamente collabora, in qualità di autore e conduttore radiofonico, con la trasmissione Wikiradio di Rai Radio 3. In passato ha scritto anche per Il Manifesto, L’Unità e D-la Repubblica delle donne. Nel 2011 ha vinto il premio letterario “Firenze per le culture di pace”, dedicato a Tiziano Terzani. Esperto di politica e cultura dell’Irlanda, nel 2009 ha dato alle stampe il suo primo libro, Storia del conflitto anglo-irlandese, definito il “libro nero” del colonialismo inglese in Irlanda. Si è concentrato in particolare sulla memoria e sulle conseguenze dei Troubles, di cui è considerato uno dei principali esperti in Italia, approfondendo in particolare la figura di Bobby Sands, del quale ha recentemente curato, con Enrico Terrinoni, l’edizione italiana degli Scritti dal carcere.