La sfida (per ciascuno di noi) dell’Enciclica del Papa
(di Alessio Musio)
La lettura dell’enciclica Magnifica Humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale richiama alla memoria, sin dalle prime battute, una delle più celebri espressioni di Giovanni Paolo II: «Sì, o Cristo, è bello essere uomini perché tu hai scelto di essere uomo».

La centralità dell’Incarnazione
L’Enciclica dice infatti già nel titolo il senso dell’Incarnazione come riconoscimento della bellezza dell’esperienza umana: non perché se ne censurino gli aspetti più problematici — non ci sarebbe il tema della custodia altrimenti — ma perché è l’esperienza umana stessa a essere magnifica per Dio, tanto che Lui stesso ha desiderato essere uomo, proprio per dare un significato diverso, come in una nuova creazione, anche a tutto ciò che potrebbe portare ciascuno di noi a stancarsi della sua stessa umanità. E tra le righe si può comprendere come l’insistenza dell’investimento umano nella tecnologia — in modo particolare in quella digitale e nell’AI — sia l’espressione proprio di una sorta di stanchezza, se non di un risentimento, dell’uomo rispetto alla propria umanità.
Di qui la forza dell’incipit, in cui si dice che è proprio là «dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto [che] noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne», sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».
E, in effetti, la vita umana è proprio sempre e per ciascuno un mistero, dato che per ogni io l’esperienza della gioia, dell’amore, della bellezza — anche del proprio essere-corpo — è sempre messa a confronto anche con quella del dolore, della sofferenza, della perdita, sino al punto estremo della morte. Ecco perché a inondare di luce questo mistero non è un generico riferimento a Dio, ma proprio al Dio che si è fatto carne per amore dell’uomo.
Una storia che continua: la Dottrina sociale della Chiesa
Di qui una circostanza significativa. L’enciclica del Papa è stata firmata, come è noto, da Papa Leone XIV il 15 maggio, esattamente 135 anni dopo la storica Rerum novarum (15 maggio 1891), che sancisce la nascita della Dottrina sociale della Chiesa: a dire che la fede c’entra con tutto ciò che l’uomo vive, altrimenti essa finisce per essere irrilevante e il credente finisce per precipitare in una sorta di ateismo pratico, secondo la celebre definizione per cui “Dio, se c’è, non c’entra”. Si spiega così il compito che il Papa ha riconosciuto per sé di dover continuare il tracciato della Dottrina Sociale della Chiesa aggiungendole questo nuovo capitolo che si confronta con i tracciati più nuovi, e per questo in gran parte ancora oscuri, del nostro sviluppo tecnologico, immettendo in esso tutta la potenza e la forza intellettuale e interpretativa del Cristianesimo. Del resto, spiega Papa Leone, non possiamo temere «di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo» (§15), così come lo stesso Gesù non ha temuto di “sporcare” la sua divinità con la nostra condizione umana.
La data di uscita dell’Enciclica, differita rispetto alla data della firma, resta però, a ben vedere, ancora più significativa, dato che il 25 maggio è anche il giorno in cui la Chiesa ricorda la figura di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1556-1607), la Santa carmelitana che proprio sentendo la forza della passione di Dio per l’uomo dentro il gesto totale della Sua Incarnazione, girava per le strade confidando a tutti il suo grido: «l’Amore non è amato, l’Amore non è conosciuto». E conoscere questo amore è trovare la via per tornare a vedere la bellezza della nostra umanità.
La posta in gioco dell’AI
Si dispiega in questo modo la posta in gioco del tempo presente che il Papa fa emergere agostinianamente sin dalla prima riga: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme».
Questo rischio riguarda proprio la costruzione della civiltà digitale che è parte di una svolta tecnologica più ampia che il Papa raccorda sia al nucleare sia alle biotecnologie, riconoscendo però proprio nel digitale e nella creazione dell’AI uno dei tornanti più drammatici dell’umanità. Così, al di là del linguaggio teologico, la costruzione della Torre di Babele va colta come il progetto di realizzare per tutta l’umanità «un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione», e a porsi è l’alternativa tra “comunione” e “omologazione” (§7). Di qui l’indicazione della via opposta, in cui il riferimento a Neemia, il profeta che ricostruì Gerusalemme, è funzionale a riconoscere che la civiltà rinasce «non grazie all’iniziativa di una singola persona», ma attraverso una «responsabilità condivisa», come un’opera che «ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre».
Riferimenti religiosi che restano a latere rispetto al tema della civiltà digitale? Tutt’altro, perché questa alternativa sembra essere proprio il tracciato in cui scorrono ormai le nostre vite, segnate dalla “sindrome di Babele” che si pone come «idolatria del profitto che sacrifica i deboli, uniformità che appiattisce le differenze, [nel-]la pretesa di un linguaggio unico — anche digitale — capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni».
Il cuore del problema
Eccoci, dunque, al cuore della questione: non che cosa è o non è l’AI, ma che cosa fa di ciascuno di noi, riducendoci a dati e informazioni — che diventano accessibili a chi governa e gestisce le piattaforme digitali con evidenti problemi di stampo totalitario —, annullando il senso di mistero che chiunque guardi per davvero l’altro non può che scoprire con un senso di rispetto e di vertigine. Si può dire, anzi, che l’omologazione diventa possibile proprio perché si annulla programmaticamente il mistero che ogni persona umana è in se stessa. E per il Papa la civiltà digitale ha come portato l’incapacità di «accettare il limite e la fragilità dell’umanità», tanto che essi divengono subito «un errore da correggere» nella «speranza in un potenziamento [tecnologico] senza limiti» (§12).
Di qui l’invito a “restare umani” che per una volta non è solo uno slogan retorico, non solo perché il Papa ricorda tutto il male di cui gli uomini sono stati capaci nella storia appunto in quanto uomini, ma perché davanti a noi sta l’invito a pensarsi come una macchina: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale […] abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (§15). Eppure, tutto il progetto che accompagna l’AI rischia di mirare a pensare l’uomo come una macchina computazionale.
E veniamo così all’analisi che si apre a partire dal paragrafo §99: il compito decisivo è quello di «evitare l’equivoco di equiparare» l’intelligenza artificiale «a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, […] le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente». Si parla di AI che sono capaci di apprendere, ma anche questo è fuorviante: «il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo» — splendido questo climax — «attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà».
Ma il Papa, in questo modo, non sta denunciando solo il fatto che stiamo antropomorfizzando le macchine: al contrario, il problema è che stiamo assumendo le macchine come paradigma per comprendere noi stessi, snaturandoci.
Tutto questo non deve interessare solo i filosofi ma l’uomo del nostro tempo perché sempre più persone investono in relazioni affettive con varie forme di AI: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione […] può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro» (§100).
Ed ecco la forza del §112: «Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi […] faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione».
La civiltà digitale nella lettura del Papa è figlia del trans-umanesimo e del post-umanesimo che non tralasciano le domande di salvezza di sempre dell’umano, ma pensano di risolverle in chiave tecnologica. Invece «ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma» (§128).
L’alternativa tra macchina e uomo
L’alternativa tra pensarsi come macchina computazionale o come uomo diventa allora evidente: «per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà, elevata dall’inesauribile grazia divina e ai legami che coltiva».
L’Enciclica non coglie solo questa alternativa di fondo ma entra in tutti i capitoli dell’AI, insistendo sui problemi di democrazia, di concentrazione di potere, di ridefinizione delle dinamiche lavorative, di impatto ecologico ecc. che essa determina. Ma questo sguardo resta decisivo per ciascuno di noi: scegliere se pensare noi stessi sulla base di un progetto da potenziare attraverso la tecnologia o come un essere che nasce nella relazione, in questa fiorisce e a questa si affida persino quando muore. La relazione. Non solo con gli uomini ma anche con Dio, perché Lui stesso è relazione.
Di qui, di fronte alla gravità e ineludibilità del compito, il richiamo di un passo della letteratura che il cinismo del mondo adulto spesso definisce “per ragazzi”. Osserva infatti il Papa, citando Il Signore degli anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (§187).
©Dialoghi Carmelitani, ANNO 27, NUMERO 2, Luglio 2026