Intervista a Domenico Geracitano
(a cura di Luca Sighel)
Il tema del vivere “onlife”, quello spazio ibrido che mescola realtà, vita e online, è argomento di attualità, ma diviene questione di emergenza educativa per i più giovani, che rischiano di nutrire sé stessi di reel, apparenza, impulsività e fake. Ne abbiamo parlato con Domenico Geracitano, poliziotto e scrittore, che da molto tempo si dedica a incontrare, ogni anno, decine di migliaia di ragazzi e di giovani, per educarli al digitale, alle risorse e ai pericoli della rete.

Nel suo libro Coltiv@rete si parla di coltivare il web. Oggi i ragazzi sono immersi in una rete frenetica e istantanea: cosa c’è da coltivare? Quali le linee di questa sfida?
Oggi più che mai c’è da coltivare il pensiero. La rete ci ha abituati alla velocità, ma non sempre alla profondità. I ragazzi vivono immersi in contenuti continui, notifiche, immagini, reazioni immediate. In questo scenario il rischio non è soltanto perdere tempo, ma perdere attenzione, identità e capacità critica. “Coltivare il web” significa allora educare a fermarsi, a scegliere, a distinguere. Significa insegnare che dietro ogni click c’è una conseguenza e che la tecnologia non è neutra: amplifica ciò che siamo. La vera sfida educativa non è impedire ai giovani di usare la rete, ma aiutarli a non farsi usare dalla rete. Le linee di questa sfida passano attraverso tre parole: consapevolezza, responsabilità e relazione. Consapevolezza di ciò che si pubblica e si assorbe ogni giorno. Responsabilità verso sé stessi e gli altri. Relazione autentica, perché nessun social potrà mai sostituire uno sguardo, un silenzio condiviso, una presenza reale.
In un altro testo Ordin@mente si affronta il disordine emotivo e comunicativo che caratterizza la nostra epoca. Qual è il “disordine digitale” più pericoloso che riscontra oggi nei giovani?
Il disordine più pericoloso è la confusione tra visibilità e valore personale. Molti ragazzi crescono pensando di esistere davvero solo se vengono visti, approvati, seguiti. I social hanno trasformato emozioni intime in contenuti pubblici e il rischio è quello di vivere costantemente in funzione dello sguardo degli altri.
Questo genera ansia, fragilità emotiva, paura di essere esclusi. Si perde la capacità di stare con sé stessi, di accettare i propri limiti, persino di vivere momenti normali senza doverli necessariamente mostrare. Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’assenza di strumenti emotivi per abitarla. Abbiamo ragazzi iperconnessi ma spesso disorientati interiormente. Ma non solo i ragazzi: anche molti adulti rischiano oggi di trasformarsi in personaggi ancor prima che in persone.
Viviamo in un tempo in cui si costruisce con grande attenzione l’immagine da mostrare, ma sempre meno ci si prende cura della propria interiorità. Si cerca di apparire forti, perfetti, felici, interessanti, dimenticando che la vita reale è fatta anche di fragilità, silenzi, dubbi e imperfezioni. Così si finisce per vivere più nella rappresentazione di sé che nella propria autenticità.
Il rischio più grande è che l’identità venga sostituita dalla performance: non conta più chi sei davvero, ma quanto riesci a piacere, impressionare o attirare attenzione. E quando una persona diventa soltanto un personaggio, inevitabilmente diventa dipendente dal consenso degli altri. Questo produce una fragilità enorme, perché basta un giudizio negativo, un’esclusione o il silenzio della rete per sentirsi improvvisamente vuoti.
Per questo oggi educare al digitale significa soprattutto educare all’identità, aiutando i giovani — e forse anche gli adulti — a riscoprire il valore dell’essere rispetto all’apparire.
Come possono i ragazzi rimettere le cose in ordine nella propria testa prima di interagire e commentare online?
Credo che serva recuperare il tempo della riflessione. Oggi si reagisce prima ancora di comprendere. In rete tutto invita all’impulso: commenta subito, condividi subito o, ancora più grave, insulta subito. Tutto ciò molto spesso senza consapevolezza. Invece i ragazzi dovrebbero imparare a porsi alcune domande semplici ma fondamentali: “Quello che sto scrivendo è vero? È utile? Ferirà qualcuno? Lo direi guardando quella persona negli occhi?”.
Educare al digitale significa anche educare al silenzio, alla pausa, alla gestione delle emozioni. Non tutto deve essere detto immediatamente. A volte la vera maturità sta nel non rispondere, nel prendersi tempo, nel scegliere di non alimentare odio o superficialità.
In una recente conferenza ha definito la noia come un “amico importante”. In che senso?
La noia oggi spaventa perché siamo abituati a riempire ogni vuoto con uno schermo. Eppure proprio la noia è uno spazio prezioso: è il luogo dove nasce il pensiero personale, la creatività, l’ascolto di sé. Un ragazzo che non sperimenta mai il vuoto rischia di diventare dipendente dal rumore esterno. Invece fermarsi, annoiarsi, avere dubbi, significa dare spazio alla propria identità.
Anche il dubbio è fondamentale. I social spesso premiano chi urla certezze immediate, ma crescere significa imparare a farsi domande. Il dubbio rende liberi, perché impedisce di vivere dentro modelli imposti o filtri artificiali. Solo chi accetta di stare anche nel silenzio e nell’incertezza può trovare davvero il coraggio di essere sé stesso, offline e online.
Di fronte all’attualità e ai rischi della rete, i genitori spesso oscillano tra controllo totale o resa per analfabetismo tecnologico. Che fare come adulti?
Gli adulti non devono essere né controllori ossessivi né spettatori assenti. Devono tornare a essere guide credibili. Molti genitori pensano che basti conoscere le applicazioni o installare un parental control. Certamente gli strumenti servono, ma non sostituiscono il dialogo. Un figlio non si protegge soltanto controllando il telefono: si protegge costruendo fiducia, ascolto e presenza.
I ragazzi hanno bisogno di adulti che sappiano interessarsi davvero al loro mondo digitale senza giudicarlo superficialmente. Serve coerenza educativa: non possiamo chiedere ai giovani equilibrio digitale se siamo i primi a vivere sempre connessi. La tecnologia cambia rapidamente, ma i bisogni educativi restano gli stessi: educazione e conoscenza, ascolto, esempio, tempo condiviso e capacità di mettere limiti con amore.
Spesso si crede che la legalità online sia solo un insieme di divieti, e non una risorsa per la propria libertà. Che ne pensa?
La legalità non è il contrario della libertà: è ciò che permette alla libertà di esistere davvero. Anche online le regole non servono a reprimere, ma a proteggere la dignità delle persone. Molti ragazzi vedono internet come uno spazio senza conseguenze, ma dietro uno schermo ci sono esseri umani reali. Offendere, diffondere immagini, umiliare qualcuno o condividere odio non sono “giochi virtuali”: hanno effetti concreti sulle vite delle persone.
Educare alla legalità digitale significa far comprendere che il rispetto dell’altro non limita la libertà, ma la rende possibile e responsabile. Una rete senza rispetto diventa solo una giungla emotiva dove vince chi urla di più.
Qual è la strada per costruire un vero “patto di fiducia digitale” tra adulti e minori?
Il patto nasce dall’ascolto reciproco. I ragazzi devono sentire che possono raccontare errori, paure o esperienze online senza essere immediatamente giudicati o puniti. La fiducia si costruisce prima dei problemi. Se un figlio vive il genitore soltanto come controllore, tenderà a nascondere. Se invece percepisce presenza e dialogo, sarà più facile chiedere aiuto.
Credo molto nelle regole condivise e spiegate, non imposte in modo autoritario. I giovani hanno bisogno di capire il senso dei limiti. Quando comprendono che certe regole servono a proteggerli e non a dominarli, il rapporto cambia profondamente e così facendo capiranno che noi adulti non siamo al loro fianco per controllarli ma semplicemente per accompagnarli.
Da molti anni si occupa di prevenzione e formazione. Qual è la chiave comunicativa per entrare davvero in empatia con i cosiddetti nativi digitali?
I ragazzi percepiscono immediatamente quando un adulto parla “dall’alto” o usando slogan costruiti. L’empatia nasce dall’autenticità. Per entrare nel loro mondo bisogna ascoltare prima di parlare. Non servono lezioni moralistiche, ma testimonianze vere, esempi concreti, capacità di mettersi in discussione.
Quello che colpisce molti giovani è sentirsi finalmente guardati senza etichette. Dietro comportamenti provocatori spesso ci sono fragilità profonde, bisogno di attenzione, paura di non essere abbastanza. Anche nelle numerose lettere che ricevo, emergono spesso richieste silenziose di ascolto. Dietro parole semplici, a volte persino dietro il silenzio, si percepisce il bisogno profondo di essere compresi davvero.
I ragazzi chiedono adulti presenti, autentici, credibili. Non cercano figure perfette, ma persone capaci di ascoltare, di accogliere senza banalizzare il loro dolore o liquidare le loro fragilità come “problemi dell’età”. Spesso dietro un comportamento provocatorio, dietro un eccesso sui social o dietro un’apparente chiusura emotiva, si nasconde semplicemente una richiesta d’aiuto che aspetta di essere riconosciuta, la richiesta di essere ascoltati.
Quali sono le loro paure e i loro bisogni rispetto alla rete e al mondo social?
La paura più grande è quella di non sentirsi accettati. Molti giovani vivono il timore costante dell’esclusione, del giudizio, dell’essere invisibili. Dietro l’iperconnessione spesso si nasconde un enorme bisogno di appartenenza. Vogliono sentirsi riconosciuti, ascoltati, amati per ciò che sono e non per l’immagine che riescono a costruire online. Hanno bisogno di adulti che insegnino loro che il valore personale non si misura con follower, like o visualizzazioni. E hanno bisogno di spazi reali dove poter sbagliare, crescere, confrontarsi senza vivere continuamente sotto pressione. La vera educazione digitale non consiste solo nell’insegnare a usare uno strumento, ma nell’aiutare le persone a non perdere sé stesse dentro quello strumento.
©Dialoghi Carmelitani, ANNO 27, NUMERO 2, Luglio 2026

Domenico Geracitano è scrittore e poliziotto in servizio presso la Questura di Brescia. Da oltre vent’anni è impegnato nella promozione dell’educazione e della prevenzione, in particolare tra i giovani, attraverso progetti formativi e culturali di grande impatto sociale. Nel 2002 ha fondato l’associazione Per una vita migliore, avviando numerose iniziative educative. Tra queste spicca il progetto Diario per una vita migliore, che ha raggiunto oltre 120.000 studenti in tutta Italia. Per questo impegno, ha ricevuto importanti riconoscimenti. Nel 2020 è stato autore della rubrica della Polizia di Stato Stai connesso con la testa, mentre nel 2025 è stato protagonista nei Percorsi di legalità in scena con la Polizia.
A marzo 2025, è andato in scena in 17 sale cinematografiche lombarde il cortometraggio contro la violenza di genere Oltre l’amore, da lui scritto e diretto, con la partecipazione straordinaria di Francesco Renga e Nek e il coinvolgimento di numerosi giovani.