(di Stefania Giorgi)

 

Io Capitano, presentato in Concorso alla 80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e accolto con entusiasmo dalla critica, è la storia di due ragazzini, i cugini Seydou e Moussa, che dal Senegal intraprendono un viaggio attraverso il deserto, la Libia e il Mar Mediterraneo. La sceneggiatura, scritta in sei mesi con Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso e Andrea Tagliaferri, mescola le vere storie di diversi testimoni che hanno vissuto lo stesso dramma, in particolare di Mamadou Kouassi, originario della Costa d’Avorio e ora mediatore a Caserta, e Fofana Amara che aveva 15 anni quando venne accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e finì in carcere per sei mesi per aver portato in salvo centinaia di persone su un’imbarcazione portata dalla Libia. Il film ha già ricevuto il Nastro d’argento per la miglior regia e il Premio Mastroianni come migliore attore al giovane Seydou Sarr, e parteciperà alla corsa agli Oscar come miglior film straniero.

 

 

Il richiamo della speranza

Matteo Garrone firma la regia di una storia che conosciamo già.

Una storia che si può certamente riassumere in poche righe (come a volte fanno gli articoli di giornale quando danno, ormai in maniera sbrigativa e stereotipata, il resoconto degli sbarchi), ma di cui si finirebbe per ridurre inevitabilmente il valore, facendo delle persone coinvolte una massa indistinta di volti. Quando non addirittura di numeri senza più umanità.

Ecco, qui il regista riempie gli occhi degli spettatori dei volti a pieno schermo dei nostri due giovani e ingenui protagonisti. Per ribadire fin da subito che abbiamo davanti delle persone.

Due adolescenti decidono di lasciare la loro casa e la loro terra, non necessariamente per scappare da guerra e fame, luogo comune ricorrente nelle storie di migrazione e unica ragione “giusta” agli occhi di molti. Sono solo due sognatori, diversi dai nostri figli e nipoti solo perché nati e cresciuti al di là del Mediterraneo. Vogliono cercare fortuna in Europa, toccare con mano e far parte del mondo occidentale che offre tante opportunità, di riscatto, di realizzazione, di crescita. Come i ragazzi europei che sognano l’Inghilterra o gli Stati Uniti. 

All’entusiasmo dei ragazzi si contrappone la preoccupazione di chi, a partire dai coetanei, cerca di convincerli che l’Europa non è così perfetta come sembra a quella distanza, che per arrivarci si rischia la vita, che attraversare il deserto non è un viaggio come gli altri. Vediamo poi l’atteggiamento della mamma di Seydou che, quando lui prova ad accennarle il suo desiderio, risponde con durezza al figlio: “Devi rimanere qui e respirare l’aria che respiro io”; degli anziani, che ribadiscono ai due le difficoltà del viaggio perché “anche in Europa la gente dorme in strada”; e, infine, del saggio del villaggio che, però, li manda a cercare la protezione delle anime dei morti.

Ma Seydou e Moussa partono di nascosto per il loro lungo viaggio, ricco di insidie, ma sempre nella speranza di vedere “l’insieme delle cose belle che esistono nel mondo” – come ha detto loro il maestro quando parlava loro della vastità del pianeta. Troveranno ben altro, oltre la bellezza del deserto e di tanti luoghi, messa in luce dalla curatissima fotografia, in un contrasto continuo tra realismo ed estetica.

Il percorso dei protagonisti è un viaggio all’inferno, che li trasforma internamente, facendoli passare in breve tempo dall’adolescenza alla maturità, ed esternamente, nel volto e negli atteggiamenti. Quei ragazzi sorridenti, che si aggirano per il villaggio con le magliette dei principali club di calcio europei o indossando felpe Louis Vuitton o Gucci (il tipico vestiario massicciamente donato nei Paesi del terzo mondo dalle Onlus e dalle stesse aziende che lo producono), scena dopo scena perderanno quel sorriso. Partono all’alba per coronare un sogno, senza dire nulla alle famiglie, convinti che il viaggio sarà un’avventura, un diritto di ogni viaggiatore e per il quale hanno guadagnato e messo da parte i soldi necessari, ma che alle loro latitudini è pressoché impossibile con gli stessi mezzi che useremmo noi. Non si può semplicemente comprare un biglietto perché la libertà di movimento è un privilegio in moltissimi posti del mondo.

Sul loro cammino si alterneranno faccendieri, poliziotti corrotti, lo spietato cinismo dei più, la terribile mafia libica, le torture, ma anche la solidarietà e l’empatia di alcuni che gli permetteranno di superare i momenti più difficili. Dopo molte avversità, proprio per l’ultimo tratto, quello della traversata via mare, il giovane Seydou, proprio perché non ancora maggiorenne, verrà scelto da chi, per proprio tornaconto, non ha alcuna remora nel mettere a repentaglio la vita di decine, centinaia di persone, e per questo si ritroverà a guidare, senza alcuna esperienza, uno di quei barconi in cui gli immigrati viaggiano stipati all’inverosimile, in cui accade di tutto, e di cui il ragazzo senegalese diverrà il capitano del titolo del film, tra paura, senso di responsabilità ed eroico orgoglio. 

L’ingiustizia può fallire

Dice il regista: «Vorrei proprio che dal film passasse questo messaggio, i molteplici punti di empatia che possono mettere in comunicazione diretta i giovani africani con i nostri, con i quali condividono la stessa musica (Seydou sogna di diventare un cantante rap di successo), la stessa passione per il calcio e i programmi tv che vedono dal loro telefonino. Ma soprattutto hanno in comune la voglia di viaggiare per il mondo, l’attaccamento alla famiglia e convivono con le stesse identiche preoccupazioni dei genitori per la loro crescita e le incertezze di un futuro. E tutto questo universo condiviso, serve a far capire che non possiamo più guardare a un fenomeno come la migrazione solo fermandoci ai numeri, ma occorre arrivare a quella radice umana che azzera le distanze e ci rende tutti protagonisti di una sola “Storia”». 

Anche per questo motivo Garrone sta portando Io, Capitano in tutte le scuole d’Italia, con il preciso intento di far aprire un po’ gli occhi e il cuore, e aiutare tutti a non ridurla a una vicenda di cui conosciamo già le premesse dandole per scontate. Perché non lo sono affatto, anzi, come ha dichiarato Garrone, la prospettiva del film è stata creata «come un controcampo dall’Africa verso l’Occidente», per lanciare una sfida ad alcune cose che crediamo di sapere, sulle scelte folli che si possono fare per sottrarsi a un destino che, crescendo a Dakar in una famiglia non agiata, parrebbe aver già tirato le somme su ciò che si potrà e non si potrà diventare. 

Garrone, che con altri suoi lungometraggi ha dimostrato il suo interesse per il reale, soprattutto quando è scomodo e controverso, e ha già puntato i riflettori sulle periferie e l’emarginazione (da Terradimezzo, suo esordio del 1996, a Ospiti del 1998 su due immigrati albanesi, fino a Gomorra, L’imbalsamatore e Dogman), ma che ha anche un debole per i racconti di formazione e lo stile favolistico (come ha dimostrato in Pinocchio), anche qui si focalizza sul percorso di maturazione di due ragazzi che partono con grandi desideri e tante ingenuità e che incappano nella cattiveria e nello sfruttamento, rischiando la vita in un finale da tragedia.

Eppure, e lo sottolinea con forza l’arcivescovo di Milano Delpini che ha assistito ad una proiezione pubblica alla presenza del regista, Seydou e Moussa conservano un cuore pulsante e la fratellanza tra esseri umani. Sono giovani uomini che nonostante la disillusione e la presa di coscienza di un mondo ostile e incomprensibilmente arido, mantengono intatta la loro purezza e la solidarietà verso tutti. Ma, prosegue l’arcivescovo, «dobbiamo smettere di parlare di migranti e cancellare il termine extracomunitari, e tanto meno usare l’accezione di “straniero”. Nella nostra Chiesa chi entra non deve mai essere considerato né sentirsi straniero, ma parte integrante di una sola umanità».

Rappresentare o denunciare?

Difficile portare agli spettatori italiani un film con al centro un immigrato e le sue scelte. Garrone lo schiera di fronte al plotone di esecuzione dei nostri giudizi e pregiudizi, lasciando finire  la storia proprio sulla soglia del nostro paese quasi a chiedere: e ora che avete visto il viaggio di questo ragazzo, cosa ne fareste? Lo accogliereste, lo rigettereste? Lo rimandereste indietro, lo proteggereste? 

In questi casi, il rischio di solito è scivolare dall’arte, o dall’intrattenimento, nel teatro della pietà, in un ricatto nei confronti delle emozioni dello spettatore che lo obbliga a star male come riflesso automatico, senza nemmeno accorgersi del contesto. Garrone ci prova a darci un po’ di contesto, partendo dalla storia vera dei migranti che hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza del viaggio, e che consigliavano e suggerivano direzioni per restituire al meglio quello che avevano patito, così come scegliendo di girare l’intero film in wolof, lingua madre dei protagonisti, a cui si alterna, solo molto più avanti, un po’ di francese e pochissime parole in italiano, dando dignità alla cultura dei protagonisti.

Non rinuncia però a farci entrare nella mente di Seydou, empatizzando con i suoi sogni, attraverso l’uso metaforico di visioni. 

Come in un Pinocchio alla rovescia, che sa diventare “adulto” perché è già profondamente umano e non una marionetta nelle mani di chi vorrebbe manipolarlo, Seydou è protagonista di una scena che mostra, in maniera poetica, l’umanità che lo caratterizza e che sostiene le sue scelte: nell’attraversamento del deserto, che comincia ad essere disseminato di cadaveri che affiorano, la carovana di disperati che i due cugini stanno seguendo comincia a perdere persone lungo il tragitto. Seydou, al contrario degli altri, non è indifferente a chi cade e resta indietro, ma c’è il rischio di perdere la vita se si sceglie di fermarsi ad aiutare. Seydou non riesce a salvare una donna che non ce la fa più a camminare, ma questo è per lui talmente inaccettabile che “sogna” di prenderla per mano e di farla alzare in piedi. La donna finisce invece per fluttuare leggera portata dalla mano di Seydou, senza più il dolore e la fatica a costringerla su questa terra.

Una scena che, segno di una sensibilità del regista che ha alle spalle studi artistici e esperienze di pittura, non può non richiamare un dipinto di Chagall, La passeggiata, dove si vede il pittore camminare per la campagna mentre tiene per mano l’amata moglie che fluttua nel cielo.

Non a tutti è piaciuto l’alternarsi di un registro realista e uno favolistico, con richiami all’Odissea per la dimensione epica di alcuni passaggi: il limite starebbe nel mancato coraggio di una vera denuncia di tante storture che stanno dietro a queste storie, così come di poco realismo della situazione di partenza, troppo edulcorata, e della presenza di luoghi comuni che semplificano la realtà del Senegal da cui il viaggio parte. 

Certo, è chiaro che il film non voleva toccare temi politici. Ma in effetti come realizzare un film sull’immigrazione senza essere politici, cioè interessati a guardare e cambiare la realtà quando è ingiusta?

Forse perché prima ancora che la migrazione, la materia di Garrone si rivela essere la speranza. E lo è magistralmente, in quanto non è il presupposto della storia, ma ciò che ci rivela la sua conclusione, sublimata in una composizione potente nella scena finale: macchina fissa su Seydou mentre acqua e aria colpiscono il suo visto mostrandoci tutte le sue emozioni di uomo che sa affrontare le difficoltà, ma sa prendersi cura delle persone che gli sono affidate, gridando al mondo:  “Io, capitano”!

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 24, NUMERO 4, Dicembre 2023