(di Antonio Bellingreri)

 

Non so se posso affermare di me che la storia della preghiera illustri la storia della mia vita, certamente però la riflessione sul senso che essa ha avuto nelle diverse età che ho vissuto può rivelarmi qualche tratto della mia anima.

 

 

Una forma di preghiera iniziale

Partendo da lontano, dagli anni della prima e della seconda infanzia, la preghiera si esprimeva attraverso i vagiti, ma di sicuro era nei gemiti, quando, all’età di cinque anni, mio padre venne a mancare; non sapevo piangere questa perdita, mi riflettevo solo nel pianto e nello smarrimento di mia madre e degli altri miei familiari. Forse era definibile preghiera in un senso meno inappropriato, il mio cercare, camminando a tentoni, nell’adolescenza, «età metafisica» per eccellenza. Era invero un vagare un po’ confuso, orientato però dalle domande che mi ponevo tra me e me, a partire dalla morte precoce di mio padre: sentivo il bisogno di interrogarmi, di chiedere il perché, anche quando non ero in grado di formulare in modo definito le domande. Molto probabilmente è stato questo interrogarmi sul perché a farmi scegliere la Facoltà di filosofia; tutto cambiò, anche a motivo del fatto che da un piccolo paese montano della Sicilia, mi trasferii nella città di Milano. 

Le mie domande si precisarono, definendosi; in questo fui aiutato dalla lettura degli autori dell’esistenzialismo contemporaneo, filosofico e letterario, Heidegger e Dostoevskij in primis. Tornavo spesso a riflettere sul fatto di essere venuto al mondo in un preciso tempo storico, la seconda metà del ventesimo secolo, senza averlo scelto, in uno spazio geografico, una grande isola mediterranea, e accolto in una famiglia piccolo-borghese, senza averlo scelto; appresi in sostanza che si viene al mondo senza essere consultati, in assenza di noi stessi e senza il concorso della nostra libertà. Mi percepivo in uno stato di sospensione, ma allora un punto nodale mi si impose presto: dall’ambiente storico-sociale e culturale in cui noi nasciamo, riceviamo la nostra identità senza esserne i soggetti, anzi a mo’ di semplici “oggetti”, che pensano il pensiero trasmesso da altri; la cultura e la società alle quali siamo consegnati ci definisce. È quanto determina in ultima istanza le nostre scelte, che compiamo sempre a partire dalle certezze che formano il sistema di convincimenti ricevuto in eredità. Ma, ecco come formulo il punto nodale, in quegli anni universitari divenuto per me anche quello totalizzante: quanto noi riceviamo e di cui siamo immediatamente certi è poi anche vero? Non può accadere che invece ci inganniamo credendo di esercitare la nostra libertà, restando prigionieri di pregiudizi, schemi arcaici di pensiero e di azione, che hanno segnato nel tempo passato gli universi simbolici che ci hanno generato? E dove cercare la verità? Infine, siamo solo frutto del caso e della contingenza di una storia umana?

Questa domanda mi si impose e fu per me come muovermi in un altro universo, ebbi consapevolezza di una nuova identità che emergeva e si differenziava da quella della mia situazione originaria: veniva in chiaro nella mia mente che il problema più importante ora diventava quanto, con la frequenza dei corsi universitari, appresi a chiamare senz’altro la ricerca della verità, nella quale iniziai ad avventurarmi senza sapere dove mi avrebbe condotto.

Rievocando quei mesi e quegli anni, oggi non ho dubbi, sono convinto che la mia ricerca fosse già essa stessa una forma di preghiera iniziale, per così dire, iniziale e ancora non molto consapevole di sé. Per il resto fui molto aiutato da alcuni — pochi — miei professori universitari, che divennero per me dei maestri, tanto di filosofia, quanto di fede e di teologia cristiana. La mia ricerca infatti iniziò a polarizzarsi, attratta da alcune questioni che mi parvero decisive, quelle che abitualmente chiamiamo “gli eterni problemi”: in primo luogo, da dove veniamo e verso dove andiamo, visto che emergiamo dal buio, nasciamo nudi e, nudi, spogli di tutto, andiamo verso il buio, verso un luogo di cui nessuna persona umana ha notizia?

Era la domanda di un perché posta dalla ratio, l’intelligenza e la ragione umana, in cui forse si può assommare tutta la sapienza di cui la filosofia è capace; alcuni dei miei maestri la riconducevano ad un «bisogno metafisico» connaturale, un «fatto della ragione», altri al «senso religioso» che è in ogni persona. Comunque la si chiami, si tratta di un’istanza — a volte si presenta come un’impellenza — che non è solo teoretica, ossia semplice esigenza di conoscenza, ma un’urgenza etica, che si possa diventare più umani, scegliendo e praticando il bene: un’urgenza di salvezza che possa farci salvi dal deserto, da quello scivolare ogni giorno in un nulla d’essere e di senso. Mi entusiasmava tutto questo, certo, ma capivo che era troppo poco: né la conoscenza del dove né il bisogno di bene e di salvezza potevano essere soddisfatti dalla ragione filosofica.

Il desiderio di conoscere Dio

Gradualmente, però, iniziai a convincermi che l’essenziale, quanto può essere raggiunto dalla filosofia, non può/non deve essere svalutato: non è niente la convinzione che il mondo in cui viviamo non possa spiegarsi da solo, perché con la sola ragione almeno si può arrivare a questo asserto che si presenta come una conclusione indubitabile e certissima: la totalità dell’esperienza (il mondo visibile ed esperibile) non è la totalità del reale (c’è dell’altro, oltre questo mondo). Mi pare sia questa la grandezza tragica della filosofia: se il massimo cui può pervenire è la verità che il mondo e la nostra esistenza non possono spiegarsi da soli, si deve ammettere l’altra verità che esiste qualcosa o qualcuno il cui primo predicato si può attribuire facendo ricorso, sensatamente, ad uno dei nomi che gli uomini religiosi riservano solo al Dio (termine che, per tale ragione, designano scrivendolo con la lettera maiuscola). Ecco la certezza che ci viene dalla ragione, si può affermare che «Qualcuno è Dio», deve esistere qualcosa riportabile al Dio degli uomini religiosi.

Non ci si può esprimere diversamente, ma bisogna anche ammettere che non si può dire di più: questo qualcuno che è Dio è al di là di ogni esperienza e conoscenza umana possibile e noi praticamente non ne sappiamo niente della sua essenza. Ecco allora il nuovo problema che ci s’impone: se egli è l’impossibile di/per questo mondo, noi, pur arguendo che deve esistere un Dio, come facciamo a saperne qualcosa, a conoscerne il nome o a vederlo? Per parte mia, a questo proposito, posso dire che l’unica risposta che mi ha persuaso sempre di più sino a conquistarmi, è stata quella vissuta e sperimentata dai cristiani che negli anni ho incontrato: noi possiamo conoscere qualcosa di Dio, solo se Egli ce lo rivela e ce lo fa conoscere in un linguaggio umano comprensibile; non c’è altra via, pertanto, non altro metodo che l’incontro con persone che hanno fatto questa esperienza rivelativa.

Per parlare di questo incontro, mi piace descriverlo con le parole che ha lasciato scritte Edith Stein, quelle poche volte che narra la sua conversione. L’incontro con le sue amiche e con gli amici cristiani le svelò subito un tratto che caratterizza tutti i discepoli di Gesù Cristo: sembrava che essi dimorassero in una dimensione d’altro genere, testimoni di un «altro mondo», l’universo «della grazia e della carità». Ella rimase attratta, affascinata dal loro modo di vivere e di pensare, dal modo di affrontare tutti gli aspetti delle loro esistenze con uno spirito diverso, mettendo al centro dei loro interessi l’avvenimento di Gesù Cristo. Imparò così a immedesimarsi col loro sguardo, sino a vedere il mondo come loro appariva e come appariva allo sguardo di Gesù; da allora, l’evento più importante divenne per lei la venuta di Dio nel mondo, incarnato in un corpo umano, per farsi conoscere da tutti e per entrare con tutti in un rapporto personale unico.

Personalmente, alla scuola di Edith Stein e dei grandi santi del Carmelo, ho iniziato così a percorrere una via sicura, fatta di invocazione e di attesa, che mi ha impegnato per anni; in qualche modo non poteva essere diversamente: ho appreso per gradi che Dio, che è Persona, è totalmente altro ed in Sé inconoscibile; spogliandoci dei nostri sistemi di convincimenti, consentiamo che Egli entri in rapporto con ciascuno di noi, se ciascuno in cuor suo lo desidera: se lo invoca e se lo attende. Edith Stein ne parla come di un passaggio dalla ratio, la ricerca della verità, alla o-ratio, che è preghiera e direi quasi mendicanza: non più una ricerca generica, ma il desiderio di conoscere questa Persona entrando in rapporto di intimità con Lui, in qualche modo vedendolo in volto.

Insisto qui nel dire che non può esserci altra via — altro metodo: il Dio di Gesù è per così dire discreto, vuole manifestarsi a quanti lo cercano sinceramente, per questo si ferma alla soglia del nostro cuore, Egli vuole essere cercato per potersi far trovare. E insisto anche nell’affermare che quanto sto descrivendo già per se stesso cambia la percezione che abbiamo di noi stessi, del destino di tutti gli uomini e di quello del mondo: tutto ora pare definito dall’invocazione di un cambiamento, dall’attesa di un miracolo, che veramente ci salvi dal male di cui siamo capaci e ci faccia vivere segnati dalla memoria del bene di cui pure siamo capaci.

Incontrare l’amore

Ma, sempre grazie alla frequentazione devota di Edith Stein, ho appreso che questo cammino della preghiera e della mendicanza ci va rivelando qualcosa di più grande, qualcosa che è veramente decisivo. Lo formulo in questi termini: la chiave di volta per attivare la vita dello spirito in noi è nel ritornare a meditare sul nostro primo avvento nell’essere, sulla nostra consegna originaria che coincide col nostro originario riceverci. È vero — l’ho ripetuto — noi non abbiamo scelto di essere, di venire al mondo, non siamo stati neanche consultati; ma al mondo ci siamo e, se ci siamo senza averlo chiesto, può trattarsi dall’iniziativa assunta da un altro, a farci essere e nell’essere a sorreggerci. Ora, una tale iniziativa non può che essere un atto d’amore, che viene da chi per primo ha scelto e ha voluto amarci; inoltre, posti di fronte a questo atto di amore, noi possiamo conoscerlo se di fronte all’amore, ci poniamo con amore: solo l’amore può riconoscere l’amore offerto, accogliendolo e ricambiandolo. Non può essere diversamente!

In questa prospettiva la o-ratio diventa allora ad-o-ratio, adorazione grata e lieta per questo puro dono: puro dono, perché va ben oltre le logiche di scambio che spesso, in questo mondo, viziano e annullano il dono. In effetti, il donatore noi non lo conosciamo, per noi resta ineffabile, non sappiamo chi sia e per quale ragione assuma di farci il dono di noi stessi; a ben vedere però, trattandosi di un puro dono non può avere un perché, è semplicemente gratuità pura. Inoltre, il dono col quale, ricevendolo, riceviamo noi stessi, ci rende donatari; tali siamo, donatari, anche se non sappiamo chi siamo, semplicemente perché il nostro sé ci è dato solo come terza persona, mentre come prima persona non siamo consapevoli di noi stessi e ci ignoriamo. Tutti, donatore, donatario e dono offerto siamo definiti dalla logica del puro dono, che vien fatto gratuitamente, “per niente” e senza altro interesse se non il nostro essere ed essere-per-la-pienezza-d’essere. Infine e sinteticamente, noi possiamo, se liberamente lo vogliamo, accogliere ed intendere quanto riceviamo interpretandolo come dono; e possiamo entrare in una logica di relazione che è quella emergente dal fenomeno dell’amore e dai suoi compimenti — quanto, nella nostra esistenza, già da sempre in qualche modo conosciamo.

L’invocazione e l’attesa della preghiera cristiana ora mutano di segno, si risignificano: nell’atteggiamento orante e adorante ci si rivela che l’atto che ci tiene nell’essere e che comunemente noi chiamiamo vita — l’atto vitale che ci costituisce e sempre ci mantiene nell’essere — è donato da Dio: Egli per tale ragione è nostro Padre, ci ha pensati e ci ha voluti, e noi, per tale ragione, abbiamo parte al Suo essere, siamo Sua progenie. Nell’invocazione e nell’attesa ci si presenta questo mistero troppo bello e troppo grande, aver parte alla vita stessa di Dio; di fronte a questo, cambia tutto: la ratio, l’iniziale ricerca filosofica, ci lasciava, in tutta evidenza, fuori dal tempio, per così dire; ma anche la o-ratio, la prima invocazione e l’attesa, ci lasciava solo sulla soglia del tempio. Erano solo i primi passi e i primi balbettii, di fronte alla scoperta della preghiera adorante che Dio ha costruito nel centro del nostro essere una dimora per sé, nella quale abitare: il cuore stesso è il Tempio del Dio vivente.

È questa la «via sicura», come Edith Stein chiama il cammino mistico, ovvero — alla scuola di Teresa d’Avila, per lei «madre e maestra» — l’ingresso nel castello dell’anima. Non è un cammino per pochi privilegiati, è per tutti quelli che desiderano Dio: a quanti lo cercano, se apprendono a invocarlo e ad attenderlo con amore ardente, Egli si manifesterà. Anche a quelli che, oggi, non conoscono cosa possa voler dire pregare; lo suggerisce Edith Stein, con fiducia estrema: per quanto non conosciamo la porta della preghiera, Dio stesso prenderà l’iniziativa di incontrarci, Egli si farà trovare nelle circostanze ordinarie, nei luoghi della nostra vita.

È la rivelazione del nostro cuore a noi stessi, attraverso il quale impariamo a conoscere il sé pensato ed amato da Dio; Giovanni della Croce, con sublime ispirazione poetica, lo descrive perfettamente: «Allora io Ti vedrò nella Tua Bellezza, e Tu mi vedrai nella Tua Bellezza».

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 25, NUMERO 1, Aprile 2024