L’attacco di Hamas, la guerra di Israele, le grandi spaccature del mondo

 

Una sintesi della conversazione con Andrea Muratore tenutasi a Adro l’8 novembre 2023

 

Le notizie e le immagini che giungono da Israele e da Gaza ci fanno inorridire, ma non è così facile farsi un’idea chiara di quel che sta accadendo, delle motivazioni che dietro si muovono e dell’orizzonte politico e strategico che sostiene le azioni di violenza, rappresaglia e guerra, mentre dilaga il dramma umanitario. Abbiamo chiesto un aiuto ad Andrea Muratore, analista geopolitico ed economico per “Inside Over” e ricercatore presso CISINT, Centro Italia e Strategia Intelligence e per il centro studi Osservatorio Globalizzazione.

 

 

Come giudichi i fatti accaduti ad ottobre in Israele e quali conseguenze ne sono venute da un punto di vista geopolitico?

I fatti del 7 ottobre sono un evento più grave della guerra in Ucraina, sotto vari punti di vista. Innanzitutto, l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra che ne è scaturita, nelle logiche della politica estera, sono inquadrabili in una conflittualità estremamente problematica, di cui non si vede la fine, ma che si è incardinata su rivalità tra potenze strutturate e preesistenti. Diversamente, la guerra tra Israele ed Hamas è uno scontro asimmetrico: da un lato c’è uno stato, dall’altro un’organizzazione. L’autorità palestinese ha perso il controllo della Striscia di Gaza dalla guerra civile del 2007. Ma questo nuovo conflitto, che ha già provocato efferatezze da parte di entrambi i contendenti, ha riportato alla ribalta la rivalità con l’Iran, ha fatto saltare il progetto politico-strategico della normalizzazione della questione palestinese, che prevedeva l’offerta da parte di Israele di innovazione e tecnologia ai Paesi Arabi, in cambio di un atteggiamento più collaborativo sul tema dei palestinesi. L’attacco di Hamas, forse non a caso, arriva poco dopo la firma di un importante accordo bilaterale tra Israele e Arabia Saudita, la nazione che custodisce i luoghi sacri dell’Islam per tutto il mondo arabo. 

Un secondo aspetto che val la pena di sottolineare è stato il riemergere del tema dello scontro di civiltà, che riguarda anche spaccature all’interno delle nazioni islamiche: si agita nuovamente la bandiera dell’inconciliabilità tra le culture, attraverso il riaffiorare di forme di antisemitismo, che parevano sopite, ma anche di anti-islamismo, che giustificano le azioni di rappresaglia e perseguono una logica di attacco-difesa.

C’è poi l’argomento della spaccatura storica, perché una guerra in Medio Oriente non è mai una guerra come tutte le altre. È evidente l’incapacità di molti di collocare storicamente la vicenda, lasciandosi trascinare da una mentalità di contrapposizione ideologica: il nuovo conflitto costringe a ripensare profondamente la storia della regione. I due contendenti — non i due popoli, ma il governo di Netanyahu e il governo militare di Gaza guidato da Hamas — stanno tirando all’estremo le conseguenze di un lunga storia di lutti e sofferenze con una strategia che mira alla massimizzazione dei risultati nel medio-breve periodo, rischiando di coinvolgere molti Paesi in un gioco pericoloso con conseguenze a livello di equilibrio e ordine mondiale. Tutto questo è accompagnato e fomentato da una sorta di tifo da stadio delle diverse fazioni che dilaga nelle opinioni pubbliche di molti Paesi, comprese le nostre.

Perché questa guerra è particolarmente significativa nel quadro internazionale? 

Perché è l’ennesima sconfitta del sistema mondo, che si ritrova impotente, incapace di fermare l’ondata di violenza. Stiamo vivendo, da alcuni anni, una profonda crisi delle organizzazioni internazionali. Manca una voce forte dell’Onu, ma latita anche una vera posizione comune dell’Europa, assente in molte grandi questioni perché non riesce a fare della pluralità di voci al suo interno una forza. Gli stessi Stati Uniti cercano una posizione bilanciata, che salvaguardi lo storico sostegno ad Israele, ma mantenga aperta una serie di rapporti con i Paesi Arabi attivati per contenere l’Iran.

Siamo di fronte al trionfo dell’abuso politico, dell’esasperazione delle identità, e soprattutto della strumentalizzazione delle religioni, mentre Papa Francesco promuove proprio la religione come via profonda di convivenza tra i popoli; basti ricordare la firma del documento sulla fratellanza umana del 2019 con l’Imam di al-Azhar o l’incontro con il Grande Ayatollah al-Sistani in Iraq nella città santa di Najaf. Stiamo al contrario osservando il ritorno di una tribalizzazione dell’identità anche religiosa. E questo è molto più preoccupante degli scontri nazionalistici come quello russo-ucraino.

Qual è stato l’intento dell’attacco di Hamas? Che origine ha questa nuova guerra dopo quella del 2022?

Se l’intenzione politica era di fermare un processo di distensione e collaborazione tra Israele e gli altri Paesi Arabi, è stato certamente raggiunto l’obiettivo, ma il prezzo pagato, politico ed umano, è molto alto, soprattutto perché si tratta della fine della possibilità di dialogo e unità anche tra le due realtà palestinesi. Il sangue serve, come dichiarato dal leader di Hamas, per creare nei Palestinesi un senso di rivalsa, alimentando il ciclo dell’odio e della vendetta. 

D’altra parte il governo Netanyahu ha affidato la sicurezza nazionale a Ben-Gvir, personaggio molto discusso della destra israeliana, che da sempre ha osteggiato il processo di pace tra i due popoli, e che nel 1995, poco prima dell’attentato a Yitzhak Rabin, aveva pubblicamente minacciato il Primo Ministro due settimane prima che questi venisse assassinato da un estremista. La coalizione che sostiene il partito conservatore di Netanyahu è l’insieme delle destre più radicali, etniche e religiose, che includono una parte che punta sul suprematismo etnico di Israele, un’altra che sostiene il suprematismo religioso: è l’ipernazionalismo ebraico. Queste frange più estremiste, che mai si sarebbero unite, hanno permesso all’attuale Primo Ministro di procedere con una riforma della giustizia che lo tutelasse dai processi di corruzione e dai suoi guai giudiziari personali, in cambio della concessione di un via libera agli insediamenti nelle terre palestinesi nei territori da parte dei coloni. Questo ha provocato uno spostamento dell’attenzione e dell’impegno dell’esercito di Israele sull’avanzata dell’occupazione della Cisgiordania, lasciando più sguarnito il confine di Gaza. 

Com’è la situazione della società israeliana al suo interno e quali voci o reazioni prevalgono nel Paese?

In questi mesi la società civile e le grandi testate giornalistiche, a partire dal Jerusalem Post, hanno evidenziato un disequilibrio nella sicurezza interna per interessi di alcune parti del governo: è la posizione dei molti che ora dichiarano che non si debba usare la guerra di oggi per coprire le responsabilità di ieri. Il governo Netanyahu è sotto accusa in Israele e la complessità e le tensioni interne sono ben più alte della semplice contrapposizione tra “Ebrei e Palestinesi”. Da entrambe le parti, i due schieramenti più radicali, che si nutrono di propaganda, stanno prevalendo in questa fase storica e in questo scontro sembrano quasi convergere su un’intenzione perversa che punta all’annientamento dell’altra parte, senza considerare che in mezzo ci sono i popoli. Va ricordato tuttavia che Israele è lo Stato ebraico, ma non è abitato solo da Ebrei. Non è facile disporre di dati ufficiali — c’è una certa resistenza a diffondere i dati dei censimenti, soprattutto per non alimentare le insofferenze degli ultra-ortodossi —, ma almeno un quinto della popolazione di Israele (un quarto secondo alcune stime) è di etnia araba. Sono i discendenti di coloro che abitavano quella terra  e che sono rimasti nel momento in cui è stato costituito lo stato ebraico, divenendo protagonisti della vita culturale e anche politica di Israele (non quella militare, perché solo ebrei e la minoranza dei Drusi ha l’obbligo del servizio di leva). Tra le vittime del 7 ottobre, infatti, c’è anche una parte di persone, uccise da Hamas, di origine araba, che l’ipernazionalismo ebraico trascura. Tutto questo complica la buona convivenza tra le minoranze all’interno della società israeliana, dove la componente araba è ben inserita.

Per quanto emerso, un processo di pace è impossibile, irrealizzabile?

Sono passati 30 anni da quella storica stretta di mano davanti a Bill Clinton, tra Arafat e Rabin, che sanciva l’esistenza di due entità statuali. Oggi Israele vive profonde contraddizioni: è un Paese strutturalmente democratico, in cui però le pressioni interne sono molto forti, e poi ci sono due organizzazioni palestinesi, Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza, due parti di Palestina che, pur avendo l’obiettivo comune della liberazione della Palestina, divergono su tutto e soprattutto sulle modalità con cui realizzare questa liberazione. Israele e Palestina, in realtà, non si riconoscono, esiste persino un problema di definizione dei confini tra i due Paesi. 

Il conflitto evidenzia la fragilità delle organizzazioni nazionali e internazionali e segna un passo in più nella direzione di uno sdoganamento di un ordine globale in cui si legittima il “tutti contro tutti”: ciascun Paese può muovere, secondo i propri interessi, guerra a un altro Paese, giovandosi anche di modalità irregolari, senza che vi sia un organismo internazionale in grado di fermare l’escalation. Se passa questo principio, soprattutto nella terra che ha caricato su di sé le aspettative politiche, culturali e, persino, escatologiche sull’inizio e la fine delle grandi comunità religiose storiche, il rischio è di un riverbero di conflittualità e violenza a 360 gradi. Viviamo peraltro in un momento storico caratterizzato da moltissimi conflitti, molti di più di quelli noti che riempiono le pagine dei giornali: basterebbe rivolgersi ad est dove è in corso un conflitto tra Armenia e Azerbaijan, nella cancellata Repubblica dell’Artsakh, in Nagorno Karabakh, dove l’ennesima pulizia etnica ha costretto 120 mila armeni cristiani a scappare; pensiamo alla guerra in Sudan, dove poche settimane fa sono state massacrate 700 persone; o al Pakistan, che ha cacciato più di un milione di afghani, scappati dai talebani; e poi alle guerre sul lago Ciad e al confine con il Congo. Ci sono scontri in atto nel Myanmar, dove la maggioranza buddista abusa della minoranza musulmana, confermando l’ennesimo uso politico della religione. Per tacere delle macerie lasciate in Siria, in Afghanistan, in Iraq.

Da dove si potrà ripartire per pensare una soluzione di pace?

Esiste un accordo internazionale che dovrebbe aver istituito uno Stato Palestinese, ma che di fatto non c’è, se non come entità astratta, perché oggi la Palestina è guidata da Abu Mazen, che ha 89 anni ed è screditato politicamente (le ultime elezioni si sono tenute nel 2006). La questione palestinese è poi sempre stata una bandiera in mano degli Stati arabi, che l’hanno usata e buttata al vento, a seconda delle necessità, nel proprio confronto con lo Stato di Israele. La crisi potrà risolversi solo se si arriverà a riconoscere l’esistenza dei due Stati, che passa attraverso la definizione di confini, legittimità, sovranità, capitali e rappresentanze diplomatiche istituzionalizzate.

Chiaramente in ambito palestinese deve essere compresa la base di consenso che l’organizzazione di Hamas ha nella popolazione e la domanda di sicurezza e protezione dei Palestinesi deve ottenere una risposta. Si deve sapere che la metà della popolazione di Gaza è nata dopo la presa del potere di Hamas e ha conosciuto solo quella narrazione dei fatti. Servirebbe un grande sforzo per istituire un tavolo, attorno al quale si possano sedere i rappresentanti di Israele, dei Palestinesi, degli Stati simbolo della regione (Arabia Saudita ed Egitto), gli Stati Uniti e anche i rappresentanti delle grandi religioni (questo per suggerire, in modo emblematico, un’idea delle religioni come capaci di costruire ponti e non di alzare muri).

Osservando l’informazione divulgata in Italia non è semplice capire, anche perché viene mostrato un quadro molto polarizzato sulle ragioni e le colpe e resta la sensazione che l’informazione ci giunga già elaborata, interpretata.

Salvo rare eccezioni, i media del nostro Paese mostrano una seria inconsapevolezza della complessità di questo mondo. Nonostante le buone intenzioni, pochi sono sul campo. È difficile capire una guerra complicata. Si riducono drammi epocali e umani assai complessi ad occasioni per affrontarsi violentemente e risolvere le piccole questioni nostrane.

Questa terra, Santa per quasi metà della popolazione del mondo, è da sempre un crocevia di incontri e di conflitti. Oggi è terra di guerra.

Le parole del Papa — «la guerra sempre una sconfitta» — sono in continuità con quello che da parecchi anni il Santo Padre va dicendo, il fatto che stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi. E questo pare solo l’ultimo di una serie di scontri che stanno turbando l’ordine mondiale, l’ennesima delle tante guerre, molte apparentemente invisibili ai media, che si sono sviluppate o si sono risvegliate dopo la pandemia.

C’è da essere scossi se grandi commentatori e analisti, come Niall Ferguson, o lo stesso centenario Henry Kissinger, arrivano a paragonare i nostri tempi agli anni che hanno preceduto i due conflitti mondiali. E risuonano come un monito le parole di Papa Pacelli quando scriveva: «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra».

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 24, NUMERO 4, Dicembre 2023