(di Silvano Petrosino)

Che significa per l’uomo abitare il mondo? Qual è la sua vera “casa”? Il tema di questi interrogativi è stato affrontato in diversi contributi dal professor Silvano Petrosino, docente di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media presso l’Università Cattolica di Milano. In questo articolo — che rimanda appunto agli spunti emersi nel suo volume Lo stare degli uomini e nel saggio La cifra spirituale dell’ “abitare” — il prof. Petrosino descrive che cosa significhi “abitare” per l’uomo, dalla sua comprensione più immediata sino al suo senso più profondo: quello di scoprirsi a sua volta “abitato”, da un orizzonte che lo ha originato e che lo supera.

L’uomo è uomo perché “abita”

Il punto di partenza del breve ragionamento che tenterò di articolare è una nota affermazione del filosofo tedesco Martin Heidegger:

«Che significa allora: ich bin, io sono? L’antica parola bauen, a cui si ricollega il “bin”, risponde: “ich bin”, “du bist” vuol dire: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi uomini siamo sulla terra, è il Buan, l’abitare. Essere uomo significa: essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare»; [M. Heidegger, Saggi e discorsi (trad. it. di G. Vattimo), Mursia, Milano 1985, 97–98].

La grande ipotesi heideggeriana è dunque la seguente: «io sono» significa «io abito», o anche: «l’uomo esiste, come uomo, in quanto abita»; il che, tra l’altro significa, che solo l’uomo, in quanto uomo, propriamente «abita». All’interno di questa prospettiva l’«abitare» si configura non come «una» tra le molte azioni umane, ma come l’orizzonte che avvolge e ordina il «tutto» dell’agire dell’uomo: ogni azione umana sarebbe, proprio in quanto umana, una forma o un’espressione o una manifestazione dell’«abitare». Come bisogna intendere una simile ipotesi?

L’uomo è sempre “aperto” ad Altro

Per rispondere a questo interrogativo bisogna rinviare allo specifico modo d’essere dell’uomo. Come ha sottolineato con particolare forza proprio il filosofo tedesco, l’uomo non è un semplice ente tra altri enti, il suo modo d’essere non è paragonabile a quello degli altri enti; di conseguenza ogni riflessione sull’umano esige una preliminare analisi del suo specifico modo d’esistere, esige cioè un’approfondita “analitica esistenziale”. Di quest’ultima mi limito a sottolineare in questa sede solo alcuni tratti essenziali [cfr. S. Petrosino, La scena umana. Grazie a Derridae Levinas, Jaca Book, Milano 20162, 89—154].

L’uomo è “l’aperto”; egli è “l’esposto” ad un’alterità non assumibile; il suo modo d’essere è quello dell’irriducibile sollecitazione e dell’insistente ri–apertura (a qualcosa di diverso, di altro da se stesso, ma che lo supera, ndr): è l’inquietudine originaria della condizione umana. Il cerchio, immagine perfetta dell’inarrestabile e monotona lotta per la sopravvivenza che inchioda tutto ciò che vive, non è un simbolo adeguato allo specifico modo d’essere dell’uomo. Quest’ultimo non è più cerchio, egli è l’andante, il sempre aperto, è essenzialmente homo viator. Da questo punto di vista l’affermazione secondo la quale «c’è altro», «c’è dell’altro», deve essere interpretata come propriamente umana, unicamente umana, e come tale essa è segno della sua stessa spiritualità: l’essere umano è un essere spirituale perché il suo modo d’essere è quello dell’aperto, dell’andante, dell’“esposto–a”, del trovarsi fin dal principio in movimento verso l’altro come altro. E a tal riguardo è interessante notare come H. U. von Balthasar parli dello Spirito di Dio nei termini de «L’espositore» [Cfr. H. U. von Balthasar, Teologica. Lo spirito della verità (trad. it. di G. Sommavilla), Jaca Book, Milano 1992, 53–85].

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L’uomo abita perché abitato da un “altro”

Che cosa c’entra tutto questo con l’«abitare»? A tale questione si deve rispondere seguendo l’indicazione che proviene dall’ipotesi heideggeriana: l’uomo esiste e vive come uomo solo in quanto «abita». Ma ora si può precisare ch’egli «abita» proprio perché la sua stessa esperienza gli impone un «qui ed ora», che non è mai separabile dall’alterità di un «là ed altrove» (mentre l’individuo vivente vive, il soggetto umano fa esperienza del vivere, vive facendo esperienza della vita, e tale esperienza sempre si struttura intorno e in riferimento alla misura non misurabile dell’alterità). Questo legame inscindibile, ciò che propongo di definire «religiosità essenziale», è il tratto che illumina il senso più profondo dell’«abitare» umano; in effetti, in termini rigorosi si deve affermare che l’uomo «abita», e non semplicemente esiste o vive, in quanto e perché egli stesso è «abitato». O anche che l’esperienza umana dell’«abitare» non può mai prescindere dal fatto che il soggetto stesso, l’abitante, è a sua volta abitato da ciò che lo investe, dall’inquietudine di un’eccedenza/alterità ch’egli in nessun modo è in grado di numerare, ordinare e porre sotto controllo. Se dunque l’uomo, come vuole Heidegger, esiste in quanto «abita», allora egli «abita» in quanto è a sua volta «abitato» (dall’alterità): l’uomo — ecco ciò che a me sembra imporsi come il cuore stesso dell’analitica esistenziale — è sempre un «abitante–abitato», un «abitante» che è tale proprio perché nel suo stesso «abitare» è sempre anche un «abitato».

L’uomo che abita “coltiva” la vita

Una conferma di questa paradossale logica dell’«abitare» — l’essere ad un tempo «abitante» ed «abitato», ed anzi l’essere il primo proprio perché si è il secondo — può essere trovata dall’approfondimento di quella che a mio avviso è la definizione più adeguata del nostro tema. Nel già citato saggio di Heidegger si afferma:

«Essere uomo significa: essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare. L’antica parola bauen, secondo la quale l’uomo è in quanto abita, significa però anche, nello stesso tempo, custodire e coltivare il campo (den Acker bauen), coltivare la vigna». [M. Heidegger, Saggi e discorsi, op. cit., 98].

Nel proporre una simile definizione mi sembra che il filosofo tedesco non abbia fatto altro che riprendere, commentare e sviluppare, senza tuttavia mai citarlo, un versetto della Bibbia, precisamente quello di Genesi 2, 15, dove si dice che «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e custodisse». Probabilmente è proprio questa la definizione di «abitare» che stiamo cercando: «abitare» vuol dire coltivare–e–custodire. L’uomo esiste e vive come uomo non perché sta nell’esistenza e vive la vita, ma perché «abita»: e «abita» perché al tempo stesso coltiva–e–custodisce sia l’esistenza che la vita. Cerchiamo di approfondire il senso di questa definizione. Il «coltivare» esprime il tratto più esplicitamente attivo/proiettivo, se così posso esprimermi, dell’agire umano: l’uomo, che come ogni altro vivente viene «gettato» nell’esistenza e nella vita senza poterlo decidere, tuttavia non subisce semplicemente l’esistenza e la vita, ma decide ed interviene su di esse, le trasforma, prende l’iniziativa nei loro confronti modificandole secondo la misura di quei segni/sogni che costituiscono la trama stessa della sua sensibilità e della sua intelligenza, cioè della sua stessa umanità. In tal senso l’«abitare» implica un costruire che non si limita mai ad un meccanico assemblare materiali e forme già dati, poiché esso, oltre ad inventare nuovi materiali, genera la forma stessa del luogo in cui si trova ad «abitare». Quest’ultimo informa lo spazio dando vita ad un luogo che non è mai una mera attualizzazione di potenzialità, formali e materiali, già presenti nella natura. In altre parole, un luogo (laddove l’uomo «abita» in quanto uomo) si impone sempre, rispetto allo spazio ch’esso informa, come un evento (un’opera) che quest’ultimo, lo spazio, non solo non contiene, ma neppure è mai in grado di prevedere.

L’uomo costruisce inizi, non l’origine

Tuttavia il «costruire» relativo all’«abitare» (e l’«abitare», conviene ripeterlo, implica sempre un «costruire» proprio perché non è un semplice subire) è, o dovrebbe essere, anche un «custodire». È questo il tratto più esplicitamente passivo/ospitale, se così posso esprimermi, dell’agire umano. Passivo/ospitale nei confronti di che cosa e/o di chi? Come ho già sottolineato, bisogna rispondere: nei confronti di quell’alterità/eccedenza nella quale il singolo soggetto si imbatte senza poterla mai evitare, ma neppure ridurre e porre sotto controllo. Si potrebbe anche dire che in generale si tratta proprio di «custodire» l’esperienza stessa dell’uomo in quanto luogo «abitato» da un’alterità irriducibile e non dominabile. Che il «costruire» relativo all’«abitare» umano debba essere inteso anche come un «custodire» significa pertanto che non c’è azione dell’uomo, per quanto creativa e inventiva, che possa concepirsi come pura e semplice creazione, ossia come «origine»; c’è altro, c’è sempre dell’altro e quest’ultimo è precisamente ciò che non si «costruisce», non si «inventa», per riprendere la felice espressione di Derrida: «L’altro è precisamente ciò che non si inventa (…). L’altro, non si inventa più. Che cosa vuol dire con ciò? Che l’altro non sarà mai stato altro che un’invenzione, l’invenzione dell’altro? No, che l’altro è ciò che non si inventa mai e che non avrà mai atteso la vostra invenzione» [J. Derrida, Psyche. L’invenzione dell’altro. Vol. 1 (trad. it. di R. Balzarotti), Jaca Book, Milano 2008, 65–66]. Oppure, anche, l’altro è ciò che neppure si «immagina», per riprendere quanto afferma Lacan a proposito del «reale». Di conseguenza ogni singola «iniziativa» umana, ogni possibile edificazione/costruzione umana, non può che accadere all’interno di un già accaduto, di una scena ch’essa, proprio perché «inizio» e non «origine», è sollecitata senz’altro ad innovare (coltivare), ma al tempo stesso anche ad accogliere e a custodire. L’uomo che abita il limite custodisce l’origine A questo livello ogni uomo è posto con forza di fronte al suo essere mortale e storico: egli non è origine di se stesso, egli ha ricevuto ciò di cui non è mai stato l’autore, e questa esperienza dell’eccedenza/alterità è esattamente quella che fa emergere l’evidenza di un limite che non solo non si deve mai misconoscere o censurare, ma anzi si deve accogliere–curare–custodire come il segreto più profondo e fecondo dello stesso essere umano. All’interno di questa prospettiva l’appello biblico a «custodire» deve essere inteso come una sorta di sollecitazione rivolta ad ogni singolo uomo affinché egli riconosca che non tutto si può «coltivare/costruire», e neppure immaginare, inventare, che dunque, ancora una volta, c’è altro, c’è dell’altro, un resto che resiste ad ogni conto e sfugge ad ogni contabilità (presente e futura), che si sottrae alla pur grandiosa capacità umana di immaginare/inventare. Pertanto, nei termini più rigorosi, il «custodire» è sempre relativo all’incostruibile. All’interno del logos biblico questo significa che ciò che l’uomo è chiamato a «coltivare e custodire», cioè ad «abitare», è precisamente il suo stesso essere creatura.

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 17, NUMERO 4, Dicembre 2016

Silvano Petrosino (Milano 1955) è uno studioso conosciuto a livello internazionale per i suoi studi sulla filosofia di Lévinas e Derrida ed è attualmente tra i più apprezzati filosofi italiani. Insegna Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media presso l’Università Cattolica di Milano. Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno e lo statuto del linguaggio umano, il rapporto logos−ethos in relazione alle forme della razionalità, l’indagine della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra parola e visione. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Lo stare degli uomini. Sul senso dell’abitare e sul suo dramma (Marietti 2012, in collaborazione con E. Garlaschelli), Soggettività e denaro. Logica di un inganno (Jaca Book 2012), Elogio dell’uomo economico (Vita e Pensiero 2013), Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza (il melangolo 2013), Il magnifico segno. Comunicazione, esperienza, narrazione (San Paolo 2015), Pane e Spirito (Vita e Pensiero 2015), L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015).