(di Verenna Ferrarini, psicoanalista)

Non si tratta di ritornare bambini o di scoprire “il bambino che è in noi”, ma di indagare su questo “come”.

“Il bambino è quello che noi saremmo se fossimo maturi”, affermò una volta Giacomo Contri. É esattamente quello che ha detto Gesù, quando ha annunciato che, chi vuole possedere il Regno dei Cieli, ha un lavoro che lo attende: ritornare come un bambino.

Questa asserzione autorevole è così perentoria da far impallidire l’idea di un infantilismo semplice e grazioso a cui ritornare; infantile è l’adulto, non il bambino, soggetto molto serio anche quando gioca. Basta, anzi basterebbe osservarlo; eppure, quando si vuole insultare o sminuire un adulto, sovente si sente dire: “non fare il bambino!” o “sei proprio un bambino!”. A questo è arrivata la zizzania nella lingua, che fa coincidere il concetto di bambino con infantile, infantilismo, minus habens.

Il bambino pensa. Esercita il suo pensiero fin dall’inizio; il neonato, anche di pochi giorni o di poche ore può essere trattato come individuo pensante oppure gestito; c’è una notevole differenza tra questi due verbi e scoprirne la differenza, articolandola, è un gran guadagno per chi lo fa.

Certo che è l’adulto, quando il bambino è molto piccolo (solo di statura!) ad accudirlo in tutto, ma che differenza tra il trattarlo come soggetto che pensa e si muove in ogni atto verso una meta di beneficio e il gestirlo come oggetto grazioso, come cucciolo o frugoletto da “contenere” e indirizzare attraverso l’educazione.

Il lavoro della soddisfazione

L’osservazione attenta rileva che il bambino, fin dai primi attimi di vita, lavora per la sua soddisfazione e lo fa per mezzo dell’altro, che può costituirsi come partner, sottrarsi a tale invito o addirittura ostacolarlo. Vogliamo chiamarla gioia, felicità? Ad libitum. Preferisco soddisfazione: l’etimologia della parola infatti indica con chiarezza che si tratta di un moto, di un lavoro che ha come meta un satis est, uno scopo soddisfacente perseguito e raggiunto.

È proprio un pensiero imprenditoriale a cui il suo io corpo, körper–ich, si dedica pienamente. Il bambino è capace di esercitare questo moto fin dai primi momenti del suo essere al mondo e il compito dell’adulto è quello di accorgersene in primo luogo, poi di assecondarlo e favorirlo, fino a poterlo correggere (da cum–rego), qualora notasse un cedimento della sua pulsione verso una meta soddisfacente.

Il più delle volte, invece, non ne è consapevole; ha dimenticato che dovrebbe essere il suo stesso moto, il suo medesimo lavoro. Può averlo ridotto o, addirittura rinnegato, e gli risulterà difficile riconoscerlo nel bambino. Egli infatti esercita fin dall’inizio, come pensante attivo, ma totalmente dipendente dall’altro, il suo principio di piacere.

Spesso questo termine è confuso con edonismo, ma nulla ha a che vedere con esso, essendo l’edonismo una specie di psicofarmaco contro l’angoscia. Tale principio è ciò che caratterizza l’uomo, che non è un animale, anche se spesso può essere una bestia.

Il lemma piacere è parente stretto di felicità, soddisfazione, bene–ficio (cioè fatto, ricevuto), pace: “piacere” è il nome dell’esperienza di pace che si realizza quando un moto che ha avuto un inizio è andato a buon fine, ha avuto conclusione in una meta effettivamente concludente (è il caso del “Nunc dimittis…”): esperienza rara, dopo i primi anni di vita del bambino.

“Uno per tutti, tutti per uno” non è una frase a effetto ma la descrizione di una possibilità reale, valida comunque, anche nelle condizioni più difficili; è il carattere universale proprio del cattolicesimo.

Il grido potente di una bambina appena nata, posata con delicatezza in una gradevole immersione in acqua tiepida, si è trasformato quasi immediatamente nel piacere ristoratore di un sonno benefico.

Il lavoro del pianto acuto per quella che chiamiamo con proprietà pulsione orale o, più semplicemente fame, ha trovato soddisfazione nel latte che sgorga dal biberon o dal seno della madre. Quale migliore facies della soddisfazione o felicità di quella di un bambino con la goccia di latte che scende dalle labbra, in attesa di abbandonarsi al sonno?

Quando poi, dal suo trono–seggiolone il bambino è catturato dalla presenza di un colorato oggetto lontano e può solo lavorare con i suoi strumenti fonetici in sviluppo, e l’adulto diventa suo partner raccogliendolo per lui e porgendoglielo? Il sorriso non è riducibile alla cretineria del “che carino”, ma è una sanzione premiale per l’atto di partnership appena ricevuto.

E quando è il bambino stesso a saper muovere i suoi passi verso quel frutto rosso che vede a distanza e comincia l’impresa di avvicinarsi alla meta e arriva ad afferrare il frutto, magari perdendo l’equilibrio, che cosa desidera? Rendere partecipe l’altro della sua soddisfazione perché essa sia piena.

E poi e poi: quando gioca, quando lavora ascoltando e riproducendo, con tutti i suoi complessi strumenti come palato, lingua, gola, ugola, e perviene finalmente a quella parola pronunciata correttamente. E non vuole essere scimmiottata, come quella bambina che conosceva la pronuncia corretta e non tollerava che il padre la ripetesse. «No! Bicichetta, bicichetta!». Non riusciva a introdurre quel difficile “cl”, ma voleva che suo padre pronunciasse correttamente.

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La costruzione del linguaggio

E la prima frase? Con soggetto verbo e predicato? È una conquista, il termine di una lunga costruzione e di tanto lavoro. Che soddisfazione. E il bambino si onora parlando di se stesso in terza persona, passaggio consueto e tutto da indagare per pervenire a dire “io”.

Le pagine iniziali delle Confessioni di Agostino raccontano con cura tessuta di eccezionale memoria i passi intellettuali, logici e costruttori di lingua che è capace di fare un cosiddetto piccolo: il piccolo Agostino in questo caso.

Un amico del bambino e del suo pensiero è certamente Sigmund Freud che avrebbe sottoscritto, e a suo modo lo ha fatto, il discorso, unico a quanto risulta, in cui Gesù testualmente asserisce, dopo aver constatato che sono i bambini i soggetti che gli piacciono: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei Cieli. E chi invece scandalizza uno di loro, sarebbe meglio che gli fosse messa una macina al collo…».

Il lemma “scandalo” non va circoscritto soltanto allo scandalo sessuale, come sovente si pensa ma, come suggerisce la parola stessa, a tutto ciò che è di ostacolo, di inciampo, a tutto ciò che mette gravemente i bastoni tra le ruote al pensiero in movimento e in azione del bambino.

E che cosa, se non le frasi che escono dalla nostra bocca, magari pronunciate con voce mielosa, produce danno o addirittura trauma? Il nesso tra scandalo e trauma è da articolare bene e ognuno di noi può imputarsi frasi che hanno ostacolato, prodotto inciampi al bambino. Chiamare per nome gli errori è, ogni volta, un guadagno: e gli errori possono essere propri o altrui.

“Bada a come parli in presenza di un bambino” è il suggerimento più fecondo che si può dare a un adulto, il quale spesso pensa che il bambino non stia ascoltando o non capisca.

Freud, amico del pensiero del bambino: due giudizi

Freud ha indagato, proprio a partire dalla stima per il bambino, i traumi prodotti da certe frasi e ha messo a fuoco i guai conseguenti. Molti sarebbero gli esempi, in primo luogo quello di un bambino di nome Hans, diventato famoso.

Meglio riferire due giudizi che dovrebbero dare una virata, correggere, cambiare insomma la posizione dell’adulto nei confronti di colui che egli chiama “piccolo”.

Il primo: “Il bambino è il padre dell’adulto”. Nella sua pulita chiarezza la frase descrive il cambiamento intellettuale e di condotta di chi, pur dovendo accudire una persona che dipende totalmente da lui, ha da imparare, da ereditare da questa personcina, come si eredita da un padre che ha prodotto benefici.

Il secondo: «Pensi — dice Freud a un suo immaginario interlocutore — al deprimente contrasto tra la radiosa intelligenza di un bambino sano e la debolezza intellettuale (mediocrità, in un’altra traduzione) dell’adulto medio».

La capacità di pensiero di un bambino nei suoi primi cinque/sei anni di vita è degna di un indagatore della realtà, della quale vuole scrivere tutti i capitoli.

E guai a censurargliene qualcuno. Il bambino indaga su tutto: sulla vita e sulla morte, sulla differenza sessuale e su come nascono i bambini. Ogni domanda è prodotta dal desiderio di una risposta soddisfacente, che rispetti il suo intelletto. Un bambino si ammala, cioè viene ammalato quando è poco rispettata, ridotta od offesa ed ostacolata questa sua capacità. Si chiama umiliazione, che nulla ha a che vedere con la correzione o la sanzione, quando essa è necessaria.

La porta aperta per l’offesa è la sua ingenuità, come quella dei Troiani alla vista del cavallo che nascondeva i Greci. Ingenuo, non innocente, perché “la via dell’innocenza” è ancora tutta da percorrere. E l’adulto a cui si riferisce Gesù può ostacolare fino a distruggerla, la via di tale innocenza.

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 18, NUMERO 4, Dicembre 2017