Parola. Silenzio. Parresia. Dialogo. Pace.

(di Lella Tomasini)

 

 

Siamo uomini in quanto parliamo e ci parliamo. Il mondo che vive in fondo a noi può superare il confine dello scuro silenzio, giungere alle soglie della coscienza e superarne i confini per incrociare altri mondi e risvegliare altri silenzi, grazie al miracolo della parola.

«La parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà» (Protagora, Encomio di Elena, V sec. a.C.). Filosofi, poeti e scrittori hanno riflettuto da sempre sul miracolo della parola umana, grazie alla quale possiamo tradurre in un suono udibile e comprensibile le nostre sensazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti. Portare a galla ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ciò che sono le cose ed il mondo. Definire noi stessi, gli altri e la realtà. Parlare è vivere nelle più diverse declinazioni: ridere e piangere, leggere il giornale e raccontare storie, sussurrare un segreto e gridare un annuncio, insultare il nemico e sussurrare parole d’amore. Grazie alla parola possiamo stabilire un rapporto di reciprocità in cui un “io” e un “tu” possono divenire “noi”. Trasformare la nostra diversità in una possibilità di ricchezza, di amicizia e di pace. «Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole» (M. Recalcati).
E quando la parola parlata non basta più si fa suono, segno, colore, movimento in una nota musicale, in una pagina scritta, nel ritmo di una poesia, in un’immagine, nello scatto di una fotografia, nell’architettura di un progetto, in una scena cinematografica, in un passo di danza…

Ma si tratta, appunto, di straordinarie “possibilità”. Molto spesso tra parola e realtà si instaura uno iato e non tutta la realtà può essere svelata dalle parole che, designando la realtà, le attribuiscono un senso, la interpretano, ma non sono trasparenti e neutrali, non sono una fedele trascrizione della realtà. E quando ascoltiamo un discorso, una pubblicità, o un racconto, ci rendiamo facilmente disponibili a digerire senza tante domande una visione della vita, o una concezione di società, di bellezza o di giustizia… anche se non ci appartiene. Così la nostra capacità di giudizio, radice della nostra libertà, può perdere consistenza, fino a collassare.

I messaggi oggi si assommano disordinatamente, si sovrappongono, si elidono l’un l’altro, mentre le parole si rincorrono alla velocità della luce, usurandosi con grande facilità. La nostra, dicono gli esperti, è la società del rumore e dell’urlo. La società della chiacchiera, «disonore e vergogna della parola» (M. Blancot). Viviamo in un’era dell’informazione eccessiva, in un’obesità di parole, suoni e rumori. È paradossale: proprio oggi, mentre gli strumenti della comunicazione si moltiplicano in ogni sfera della vita pubblica e privata, la parola umana perde forza, consapevolezza e reciprocità. Preziose in sé stesse, hanno cessato di comunicare, sono divenute polvere nelle orecchie degli interlocutori, e giocano a dissimulare la realtà.

Tra “io” e parola interferiscono dissimulazione e schizofrenia. È un fenomeno grave, perché per ciascuno di noi è indispensabile esprimersi ed essere compresi, diritto inseparabile dal diritto all’esistenza. Quanti immigrati oggi, nelle nostre città, strappati alla lingua madre, scompaiono nell’anonimato e nell’emarginazione sociale. Quando nessuno sa, o meglio nessuno vuol sapere la parola del tuo nome e tu non puoi condividere la parola dell’altro è come non esistere. Appropriarsi della parola, riconoscersi in un nome è come essere chiamati all’esistenza.

L’universo sonoro dei nostri giorni viene mirabilmente immortalato nell’affresco che segue, ad opera di José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. […]

La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzo contralti. Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.

José Saramago, Di questo mondo e degli altri, Feltrinelli 2013, p. 32

 

«Le parole sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali»

Solo un esempio: l’espressione “è scomparso”, sempre più frequente nei Tg e sui giornali, per annunciare la morte di qualcuno. In essa “scomparso” sarebbe sinonimo di “morto”. Ma nessuno di noi, credo, almeno per ora, impiega nel linguaggio quotidiano la parola “scomparso” per dire “morto”. Come me, molti pensano e sanno che lui o lei non sono affatto scomparsi, anche se morti. Anzi, chi resta continua a parlare con loro e ad avvertirne la presenza, proprio nel dolore acutissimo del loro fisico mancare. Sono morti, non scomparsi. È un’esperienza elementare che tutti facciamo, senza stupircene troppo, al di là dei nostri “credo”. Eppure, a forza di ascoltarla finiremo con il fare nostra anche questa espressione falsa. Diventerà parte del nostro repertorio lessicale e probabilmente arriverà a deformare il nostro pensiero sulla morte, quasi senza che noi ce ne accorgiamo. Perché ci è molto facile accettare di fatto, senza interrogarci, il significato e il peso assegnato dal linguaggio corrente alle parole. Non costa niente. Se non la perdita della libertà. Ma le trasformazioni o deformazioni delle parole non avvengono magicamente: ci sono direttori di coro, registi e suggeritori che agiscono quasi senza essere visti, che emergono dietro il “rumore” delle parole che servono a nascondere un progetto di mondo ad uso del potere. Dobbiamo allora “pulire le parole”. Sceglierle e dirle solo quando serve. Trattarle bene secondo il loro valore reale. Condividerle responsabilmente con chi ci vive accanto e costruisce la vita insieme a noi. Pensarle e seminarle con ordine. Affermarle con coraggio perché si mantengano il più possibile oneste nei confronti del reale e del vero. Esaltarle, laddove necessario alla verità, o tacerle quando tra parola e reale si frappone uno iato insuperabile. Perché la parola umana non sa mai dire tutta la realtà. Così a volte si deve contenerle nel silenzio, per non “stordire le stelle con il loro strepito”.

«Le parole lubrificate con l’olio della pazienza»: SILENZIO

Un padre del deserto ha scritto che ci vogliono tre anni per imparare a parlare, e settanta per imparare a tacere. Per essere ascoltati occorre silenzio. Per far germogliare parole in noi, occorre silenzio, come sanno bene i grandi maestri della parola. Per Mallarmé «Il poeta deve ripulire le parole, creare silenzio intorno alle cose». Rimbaud definisce il poeta “un maître du silence”. De Vigny  definisce la poesia come “art silencieux” e per Claudel, il poeta è un “seminatore di silenzi”. Perché il silenzio non è un vuoto, non è mancanza. Il silenzio è espressione della vita interiore, da cui proviene la forza della parola. Infatti «Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diviene mutismo»  (R. Guardini, Linguaggio, Poesia, Interpretazione, Morcelliana, 1971).

«Le parole bruciano»: PARRESIA

Non è un compito facile, esigere da noi e dai nostri interlocutori di fare uso della nostra libertà, di scegliere il parlar franco invece della persuasione, la critica invece dell’adulazione, il dovere morale invece del tornaconto. Tonino Bello ha esaltato con la sua stessa vita la parresia: «Il parlar chiaro, senza paura, senza tentennare di fronte alle minacce del potere, quando bisogna rendere testimonianza alla verità. Parresia, cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose, proprio nel nome del Vangelo. […] Parresia: alzarsi in piedi, avere il coraggio di parlare, insieme con gli altri» (Don Tonino Bello, Scritti, IV p. 65). È un dono raro che deve mostrarsi apertamente grazie a tutti gli uomini che amano la verità. Dovrebbe essere di casa nei partiti politici, sui giornali e in tv, a scuola e in chiesa…

«Le parole sono buone»: DIALOGO

Dialogo e pace: le due ultime parole che oggi, in questo breve ragionamento sulla parola, non possono  mancare: mai come in questi giorni la parola deve farsi dialogo: dialogo tra le persone, dialogo tra le generazioni, dialogo tra i popoli, dialogo con gli stranieri, dialogo tra donna e uomo, genitori e figli… in un’accettazione fiduciosa dell’altro, nella capacità di mettersi dal suo punto di vista, senza rinunciare alle propria identità.

«Le parole sono assenti»: PACE

Che la parola sappia farsi dialogo è un’opzione irrinunciabile nell’attuale situazione politica mondiale. «Il dialogo è l’ossigeno della pace», ha affermato recentemente Papa Francesco. E già Giovanni Paolo II aveva dato spessore a questa parola che ha percorso da sempre la storia umana con alterne vicende, ma sempre un po’ troppo lontana dalle nostre speranze e dai calcoli della politica. «Il dialogo per la pace è possibile, sempre possibile. Non è un’utopia. D’altronde, anche quando esso non è parso possibile e si è giunti al confronto militare, non è stato forse necessario, in ogni caso, dopo la devastazione della guerra, che ha dimostrato la forza del vincitore, ma che non ha risolto nulla per quanto concerne i diritti contestati, ritornare alla ricerca del dialogo? […] Il dialogo, nello stesso tempo, è la ricerca di ciò che è e resta comune agli uomini, anche in mezzo alle tensioni, opposizioni e conflitti. In questo senso, vuol dire fare dell’altro il proprio prossimo. Vuol dire accettare il suo contributo, e condividere con lui la responsabilità di fronte alla verità e alla giustizia» (Papa Giovanni Paolo II, XVI giornata mondiale della Pace. 1983).

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 24, NUMERO 4, Dicembre 2023