(di Stefania Giorgi)

 

Hirayama conduce una vita semplice, scandita da una routine perfetta. Si dedica con cura e passione a tutte le attività della sua giornata, dal lavoro come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo all’amore per la musica, ai libri, alle piante, alla fotografia e a tutte le piccole cose a cui può dedicare un sorriso. Nel ripetersi del quotidiano, alcuni incontri inaspettati rivelano gradualmente qualcosa in più del suo passato e della sua vita interiore. Ma bastano l’umiltà e la semplicità dei piccoli gesti a trovare la pace?

 

 

Apparentemente perfetto

L’ultimo film del regista tedesco Wim Wenders è il racconto poetico di un uomo che pulisce i gabinetti pubblici a Tokyo. Insomma, un soggetto che sembra essere l’antitesi di qualsiasi blockbuster cinematografico. Ma l’occhio acuto del regista ci fa scoprire ben altro.

La vita dell’attempato Hirayama è scandita da azioni che si ripetono quasi identiche ogni giorno: si sveglia all’alba, ripone il libro che stava leggendo la sera prima, si lava i denti, si veste, innaffia le sue piante bonsai, prende un caffè freddo al distributore sotto casa e si mette al volante del suo mini furgone scegliendo ogni mattina di ascoltare una delle musicassette rock anni Settanta di cui è cultore e collezionista. La mattinata la passa a pulire i bagni pubblici progettati dalle archistar, con l’aiuto superficiale di un giovane collega con il quale non scambia una parola. Il nostro protagonista non si limita ad essere efficiente, ma lustra coscienziosamente ogni centimetro delle toilette, svolgendo quel lavoro ingrato alla perfezione, come se ne andasse della sopravvivenza dell’umanità, sotto lo sguardo del suo svogliato compagno di lavoro che non capisce il senso di tutto quel dispendio di tempo ed energie per qualcosa che sarà nuovamente sporco di lì a poco. 

Poi Hirayama mangia un panino sempre sulla stessa panchina del parco e, con la sua vecchia Olympus a rullino, fotografa gli alberi cercando di catturare la komorebi, la luce che filtra tra le foglie, diversa ogni istante, conservandone gli scatti in decine di scatole stipate nel suo minuscolo appartamento. Finita la giornata di lavoro, va in un sentō (i bagni a pagamento pubblici giapponesi) per togliersi di dosso lo sporco e la fatica della giornata, poi a cena tutte le sere o quasi nel solito locale nel sottopassaggio della metro. La sera, nella pace del suo piccolo appartamento, legge un libro e si mette a dormire. Ricomincia all’alba.

La giornata di Hirayama è banale e ripetitiva, uguale a quella di miliardi di persone sulla terra (svegliarsi, lavarsi, mangiare, lavorare, riposare, dormire), ma sembra quella di un monaco: il suo quotidiano ha i caratteri di una ascesi, gli atti che scandiscono il suo tempo somigliano a una liturgia, e il rigore con cui svolge il suo umile lavoro sottende la consapevolezza di una responsabilità e tutto acquista un significato di dignità per sé stesso e per gli altri, pur sconosciuti.

La trama non sembra descrivere molto altro, non ci sono particolari colpi di scena narrativi, ma solo lo svolgersi della vita di un uomo “invisibile”, una persona qualunque che fa un lavoro umile, persino degradante, ma che sembra aver raggiunto una serenità interiore inscalfibile. Nel ripetersi apparente di una routine che ci sembra quasi di invidiare per la sua semplicità, l’occhio del regista però ci invita, piano piano, a osservare più da vicino lo svolgersi di questa vita. 

E così ci si accorge che in realtà accadono infinite minuscole cose, che le vite che attorniano Hirayama non sono mai le stesse, che persino le sue medesime azioni comunicano via via emozioni diverse. E cominciamo ad interrogarci. Hirayama non ha una famiglia? Ne ha avuta una? È lontana? Non ha proprio nessun amico? Lo vediamo interagire (poco) con commercianti e conoscenti dei luoghi che frequenta regolarmente, ma con nessuno sembra avere un legame che va al di là dell’educazione. È capace di cogliere la bellezza nelle persone e nelle cose, come nelle canzoni che sceglie ogni giorno con cura (e che ci regalano una colonna sonora davvero perfetta), ma allora perché è così volutamente solo?

Poi compare all’improvviso una nipote che per qualche giorno irrompe nella sua vita e che lui accoglie con disponibilità e un po’ di impaccio. Quando la giovane sarà recuperata dalla madre, senza grande scompiglio, avremo per la prima volta uno squarcio improvviso che ci fa intravedere per un attimo il passato di Hirayama, senza però svelarlo. Nuove domande. Quale vita ha lasciato dietro di sé? Come mai non ha più rapporti con i suoi familiari e non vuole prendere contatto con il padre morente? Non lo sappiamo e il film non ce lo spiegherà. 

Ai più attenti, a coloro che non si sono fatti abbagliare dalla sola estetica delle piccole gioie quotidiane, la rivelazione della sofferenza nascosta di Hirayama può far comprendere la necessità di un’altra prospettiva con cui guardare i suoi gesti così composti, così controllati, tanto da mettere in dubbio una prima sdolcinata interpretazione che vede il protagonista come un eroe della semplicità e del nascondimento.

Wenders ci conduce sulla soglia del cuore di tenebra di un uomo, senza però raccontarci cosa c’è al di là di esso, giocando con la nostra curiosità. Ci mostra la sua straordinaria capacità di riconoscere il bene e di saper sorridere ad ogni mattino come se fosse un regalo, ma ci dice che forse tutto questo ha un prezzo molto alto.

Lo sguardo occidentale 

Presentato a Cannes nel 2023 e vincitore del premio al miglior attore (Kōji Yakusho), il film è stato descritto come un elogio della vita semplice, dei piccoli gesti, della gioia che c’è nell’accontentarsi. 

In effetti la maggior parte delle recensioni, sia del pubblico che dei critici occidentali, ha celebrato in questo film la nostalgia e la riscoperta della lentezza, della letizia nel dedicarsi a un’attività lontana dal successo, dall’ambizione, ma anche la capacità di vivere in perfetta solitudine, lontani dal costante voyeurismo delle reti social che condiziona molti ad essere ciò che non sono.
Bisogna però tenere conto che lo sguardo occidentale sul mondo asiatico è spesso condizionato dal fascino esotico del Sol Levante, cioè dall’attrazione verso uno stile di vita, talvolta stereotipato, fatto di gentilezza, cortesia, sensibilità, equilibrio, profondità, contrapposto al nostro mondo pieno di stress, di lamentele, di egoismi e ambizioni sfrenate. Anche il regista Wim Wenders, che è un cultore della cinematografia nipponica e lo fa vedere in molti dei suoi film inserendo omaggi artistici ai suoi registi preferiti, potrebbe in parte essere caduto vittima di una scelta estetica alla ricerca dell’approvazione e della commozione dello spettatore. Fotografia e regia sono eleganti, poetiche, perfette. Come perfetti sembrano essere i giorni di Hirayama che lo spettatore invidia nella loro struggente semplicità.

Ma è davvero desiderabile la sua vita? Non si tratta in realtà di una vita paralizzata, che maschera un dramma nascosto sotto la superficie? Come si può invidiare chi trova consolazione e salvezza negli oggetti, chi cerca la bellezza in una foto e non nei rapporti umani sfaccettati e imperfetti, che costano certo sforzi maggiori e più manutenzione e cura di una musicassetta vintage? La vita non è poetica: è difficile, dura, imprevedibile, dolorosa, buffa, ridicola, insensata, crudele. Non è ordine, è caos. 

O invece no: Hirayama ha davvero scelto consapevolmente una vita ai margini per desiderio di autenticità, il distacco e la purificazione da un disordine passato, da un dolore, perfino l’espiazione di una colpa, o l’allontanamento da una costrizione che non corrispondeva alle sue aspirazioni e ora vive il suo paradiso fatto di piccole ricchezze e soddisfazioni minime, ma piene di dignità. Forse il suo è davvero solo lo sguardo limpido di chi sa cogliere “l’essenziale invisibile agli occhi” ed è il nostro scetticismo a impedirci di credere alla sua purezza, nostra la diffidenza verso la possibilità di una decisione radicale, simile a quella degli eremiti, o dei santi.

Sotto il Suo sguardo

Qual è la verità? Wim Wenders non sembra esserne interessato, anzi pare lasciare al pubblico la libertà di decidere, come se a lui bastasse curare l’eleganza delle sue inquadrature. No, la sua non è indifferenza, ma desiderio di riconsegnare allo spettatore l’enorme potere di scegliere come percepire la vicenda raccontata. Forse perché così ognuno possa scoprire, in base al giudizio sulla vita di Hirayama, qualcosa della propria. Per esempio confrontando i suoi silenzi con i nostri, o con la loro assenza; la sua pace con le nostre ansie quotidiane; la sua apparente mancanza di ambizione con le nostre innumerevoli aspettative; la sua dedizione con la nostra svogliatezza; ma anche la fragilità delle sue relazioni familiari con la ricchezza nascosta di quelle presenti nella nostra esistenza.

Ma allora ogni interpretazione è valida? In un certo senso sì. Lo schermo cinematografico è allo stesso tempo uno specchio, in cui ci riconosciamo, e una finestra verso un altrove sconosciuto che ancora dobbiamo indagare e che possiamo fare nostro una volta terminata la visione. Si entra in una sala accogliendo il punto di vista del regista che ci fa osservare la realtà da un’angolazione diversa, o con una maggiore profondità, ed emergiamo dall’oscurità della visione guardando in modo nuovo, originale ciò che ci circonda e ciò che è dentro di noi.

In Perfect days veniamo invitati a guardare la vita di un uomo. Un uomo il cui mondo interiore è più ricco e ampio di quanto ci appaia, ma che ordina la sua esistenza cercando forse di preservarne il fragile equilibrio evitando che le relazioni invadano troppo il suo cuore. Non si cura di essere praticamente un invisibile perché ha trovato la sua pace.

Ma la scena finale, di memorabile struggente bellezza, trasgredendo la legge non scritta dello sguardo in camera, rivela quanto anche Hirayama abbia bisogno di essere guardato: mentre Nina Simone canta Feeling good fissa negli occhi lo spettatore e lascia che le emozioni prendano il sopravvento.

Siamo capaci di guardarlo? E chi può guardare noi e le nostre piccole, normali, preziose vite invisibili?

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 25, NUMERO 1, Aprile 2024