Chi è un martire? Se avete sentito questa parola, ma forse non vi siete mai fermati a capirla bene, questa storia prova proprio a spiegarla. Per comprenderla cercheremo di usare altre parole. Il nostro protagonista è un prete che visse in Sicilia e che è stato dichiarato dal Papa e dalla Chiesa “Servo di Dio”. Questa espressione indica che la persona ha vissuto la sua vita in modo santo. 

Nella storia cristiana martire significa testimone, una persona che con la sua vita, le sue azioni, le sue parole e i suoi comportamenti non desidera mostrare sé stesso, ma vuole che tutti guardino a qualcun altro. Pino Puglisi… Padre Pino Puglisi, che chiameremo PPP, desiderava con tutto il suo cuore seguire Gesù, dire no ai prepotenti ed ai malvagi, testimoniare la verità più bella, che Gesù ci ama, che Lui ama tutti, anzi ama di più quelli che ne hanno più bisogno.

Ecco, la prima parola è Testimonianza. Padre Pino diceva che la testimonianza è essere trasparenti, come un vetro, per lasciar vedere dentro di sé che siamo uniti profondamente a Gesù: in tutto quello che uno fa, dice, sceglie, si deve vedere che è amico di Gesù, unito a lui, come se avesse fame e sete di Gesù. A chi è arrabbiato con il mondo e con gli altri il testimone deve mostrare che la vita vale se è donata.

La seconda parola  è Giustizia. Chi è amico di Gesù non può sopportare le ingiustizie, anzi fa di tutto perché ci sia giustizia. Si dice, con un’immagine, che ha fame e sete di giustizia, come se si nutrisse di giustizia, come se la giustizia fosse un pane da mangiare.  Sin da piccolo PPP imparò ad amare Gesù più di tutti e di sé stesso e ad amare tutto quello che è di Gesù, il mondo intero.  La passione di PPP fu sempre e da subito quella di stare, voler bene ed educare i bambini e i giovani, anche se a volte non tutti capivano i suoi metodi. Scriveva che era suo compito parlare e dialogare con la realtà, con gli altri, con sé stesso e con Dio.  Questo il suo programma: spendersi per gli altri, a cominciare dai più piccoli, entrando così in stretta comunione con il Signore, che – diceva spesso – è amore e tenerezza.

Quando venne mandato in una isolata parrocchia a Godrano, tanti pensarono che lì, sperduto in un paesino, dove solo poche vecchiette andavano in chiesa, PPP si sarebbe stancato dei suoi strani metodi e così lontano dalla città non avrebbe dato fastidio a nessuno. Inoltre il paese era profondamente diviso tra due gruppi nemici tra loro, che non solo non si parlavano, ma si facevano del male l’uno contro l’altro: vi era rivalità ed odio reciproco, che a volte finiva nell’uccidere le persone che appartenevano alla fazione nemica.

PPP non si scoraggiò e si ricordò, grazie ad un amico, che lui sopra ogni cosa amava i piccoli, i bambini, e così iniziò ad organizzare varie attività per loro, dal gioco, al teatro, al doposcuola, ad una vacanza al mare, perché molti non erano mai stati al mare. Fu proprio lì, in spiaggia, che i genitori videro come i bambini delle due parti opposte del paese giocavano insieme e si divertivano. Si fece aiutare da vari gruppi provenienti da fuori, insegnando la parola del Vangelo e cominciando a parlare di perdono. Nel paese le famiglie più dure non volevano sentire la parola perdono, ritenendola un segno di debolezza e vigliaccheria.

Ma PPP riuscì a pacificare quel paese e la gente cominciò a pensare di non poter fare a meno di lui. Una volta, quando a p.Pino rubarono l’auto, una vecchia FIAT Cinquecento, tutti i parrocchiani si tassarono per potergliene comprare una nuova. Era un segno che quel sacerdote dai modi gentili, ma dalle idee molto chiare, era entrato nel cuore della gente e di tutto il paese.

PPP era poverissimo, tutto quel che aveva lo usava per i più poveri, privandosi spesso di quel che era necessario per lui. Tutti lo sapevano e per questo lo aiutavano. Si recava a soccorrere e sostenere i quartieri più poveri di Palermo e si faceva aiutare da un gruppetto di ragazzi del Liceo dove insegnava religione durante la settimana: chiedeva a loro di rendersi volontari e generosi verso chi stava peggio. Stava testimoniando che guardando a Gesù era possibile migliorare il mondo in cui viviamo.

É molto importante ricordare che per coloro che sono abituati ad essere prepotenti e sono soliti fare del male, c’è un’unica cosa insopportabile: questi odiano coloro che, come PPP ed i suoi ragazzi, agiscono e lavorano senza volere niente in cambio, gratuitamente, non tollerano la generosità, perché non la capiscono e dà loro fastidio.

PPP era appassionato alla vita dei suoi ragazzi, desiderava aiutarli ad orientarsi per costruire una vita bella e piena di impegno e di felicità, come un meraviglioso viaggio durante il quale ognuno scopre il mondo, ma soprattutto scopre sé stesso. Il titolo di uno dei suoi campi per i ragazzi era Sì, ma verso dove? È  Dio che chiama e ci chiede di partire con quel che abbiamo, è lui che conosce la meta del cammino. Si tratta di un viaggio, che è tutto da preparare e da vivere e diverso per ogni bambino, ragazzo, adulto che voglia seguire Gesù e le sue promesse. Questo PPP  lo ripeteva sempre, così come metteva spesso davanti agli occhi di chi lo ascoltava un manifesto con raffigurato un orologio senza lancette e la scritta Per Cristo a tempo pieno, dicendo ai ragazzi che Dio aveva bisogno del loro aiuto per amare profondamente il mondo e l’umanità.

Un altro Santo, Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, durante la sua visita in Sicilia, in un famoso discorso aveva condannato tutti coloro che si legavano alla mafia, che dedicavano sé stessi e le proprie risorse a fare il male e così dimenticavano il bene. Padre Pino, che era ispirato da quel Papa, voleva amare senza confini e senza paura per permettere a tutti, a partire dai più piccoli e dai più deboli, di vivere liberi e felici. Solo in questo modo era possibile contrastare il male e far crescere  il coraggio e la responsabilità.

Nel 1990 PPP venne nominato parroco del quartiere Brancaccio, il luogo da cui lui stesso era venuto, ma una delle zone della città più difficili e più misere, dove dominavano con la forza e la prepotenza alcune famiglie a cui tutti erano costretti ad ubbidire. PPP  vide subito una grande povertà tra quelle case, non solo perché  mancavano le fognature e in alcune parti anche l’acqua potabile e l’illuminazione e persino la scuola, ma perché molti non sapevano né scrivere né leggere, ma soprattutto avevano paura di quelli che con violenza governavano la zona, i mafiosi.

Ed allora, come faceva sempre, si mise a lavorare, a pregare Dio, ad andare incontro alla gente per conoscerla, aiutarla, insegnare loro la più grande delle verità che Dio ama ciascuno infinitamente e che Lui non si era dimenticato di loro abbandonandoli. Era convinto che fosse necessario rendere libere le persone. Cominciò ad amare quella gente, che Dio gli affidava. Affermava con convinzione, parlando ai parrocchiani «Dobbiamo innamorarci di Cristo e far innamorare gli altri di Gesù».

Carmelino - disegni Cristina Pietta

PPP si spese completamente per loro, facendo catechismo, celebrando la messa e aiutandoli in ogni necessità, concretamente. Riuscì, chiedendo aiuto al vescovo e ai tanti amici che gli volevano bene, ad acquistare una piccola casa cadente, dove iniziò a costruire il centro Padre nostro, una casa della comunità parrocchiale guidata da alcune suore e da volontari ed amici del quartiere, e dove bambini, ragazzi e giovani potessero imparare e crescere liberi e felici e trovare aiuto (cibo, vestiti, medicinali, aiuto per la scuola).

Capì ben presto però, che la sua vita era minacciata da coloro che non lo volevano, lo consideravano ostacolo per i loro affari ed i loro interessi: lo ritenevano un rivoluzionario, venuto a sconvolgere la quiete del quartiere, nel quale le cose dovevano andare come era sempre accaduto. Ed alcune minacce gli furono inviate, anzi cercarono di ostacolarlo con ogni mezzo:  gli rovinarono l’auto, furono appiccati degli incendi, minacciati e picchiati i ragazzi che davano una mano a Padre Pino. Mai lui non si scoraggiò, anzi in ogni occasione chiedeva a queste persone di potersi incontrare, di voler parlare con loro, di poter capire perché preferivano fare il male, quando c’era così tanto bisogno di bene. Questi inviti vennero presi come una sfida e qualcuno cominciò a pensare che quel Padre non si sarebbe fermato e, perciò, andava eliminato.

La sera del suo cinquantaseiesimo compleanno, dopo una giornata piena di impegni, tra cui la celebrazione di due matrimoni, mentre stava cercando le chiavi per entrare in casa, qualcuno lo fermò: un assassino gli sparò e  don Pino cadde sulla strada. Si compì così il suo martirio: per tutta la vita PPP ha amato Gesù fino ad essere, come lui, ucciso. Ne ha dato così una incredibile testimonianza, che non è finita quel giorno, ma ancor oggi continua e si diffonde da Brancaccio nel mondo.

Morì per quel quartiere, per quella città, per quei ragazzi che aveva tanto amato, e che oggi non possono dimenticare don Pino. Non possono dimenticarlo perché ha insegnato a loro la cosa più importante: che nella vita ciò che conta è amare sempre, ovunque e senza paura tutto quel che Dio ci dona.

 

Racconto liberamente tratto da P. A. M. Sicari, Ritratti di Santi

Illustrazioni Cristina Pietta – Testi Luca Sighel

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 23, NUMERO 2, Giugno 2022