(di Fabio Silvestri ocd)

 

Nell’Anno che la Chiesa dedica alla “preghiera”, qualche nota a margine sulla ricerca del cuore dell’uomo, sulla differenza della preghiera cristiana e sulle luci essenziali che provengono dal Carmelo.

 

 

Un cuore in ricerca…

In un recente ciclo di catechesi dedicate al tema della preghiera cristiana, Papa Francesco ha sintetizzato alcuni elementi fondamentali che la descrivono. Partendo da quel livello originario che accomuna la preghiera del credente alla ricerca di ogni uomo, che muove sempre dal “cuore”: «Più forte di qualsiasi argomentazione contraria, nel cuore dell’uomo c’è una voce che invoca. Tutti abbiamo questa voce, dentro. Una voce che esce spontanea, senza che nessuno la comandi, una voce che s’interroga sul senso del nostro cammino quaggiù, soprattutto quando ci troviamo nel buio» (Papa Francesco, Il mistero della preghiera, 6 maggio 2020). Questa intima invocazione appartiene a tutti e, partendo dal “cuore”, arriva poi a coinvolgere la persona intera: «La preghiera appartiene a tutti: agli uomini di ogni religione, e probabilmente anche a quelli che non ne professano alcuna… A pregare dunque in noi non è qualcosa di periferico, non è qualche nostra facoltà secondaria e marginale, ma è il mistero più intimo di noi stessi. È questo mistero che prega. Le emozioni pregano, ma non si può dire che la preghiera sia solo emozione. L’intelligenza prega, ma pregare non è solo un atto intellettuale. Il corpo prega, ma si può parlare con Dio anche nella più grave invalidità. È dunque tutto l’uomo che prega, se prega il suo “cuore”» (Francesco, La preghiera del cristiano, 13 maggio 2020).

Se è vero, dunque, che la preghiera nasce dal “cuore”, è anche vero che essa non corrisponde soltanto alle manifestazioni che il cuore intuisce e sperimenta. La preghiera si scopre infatti destinata ad andare oltre sé stessa, verso “qualcuno”, verso un “Tu” capace di riceverla. Questo la preghiera lo sente, lo spera e lo cerca: «La preghiera è uno slancio, è un’invocazione che va oltre noi stessi: qualcosa che nasce nell’intimo della nostra persona e si protende, perché avverte la nostalgia di un incontro. Quella nostalgia che è più di un bisogno, più di una necessità: è una strada. La preghiera è la voce di un “io” che brancola, che procede a tentoni, in cerca di un “Tu”» (ivi).

Ed è proprio a questo livello che si pone la vera differenza della preghiera cristiana, sia rispetto alla preghiera di altre religioni, sia rispetto alle ricerche spirituali di altre filosofie o visioni esistenziali. In gioco c’è sempre un “Tu” della preghiera. E in più questa differenza dipende da un’iniziativa che è sempre di quel “Tu”, cioè di Dio. Per questa ragione la preghiera cristiana è in rapporto diretto con quel movimento decisivo con cui Dio mostra il Suo Volto, che chiamiamo “rivelazione”: «La preghiera del cristiano nasce da una rivelazione: il “Tu” non è rimasto avvolto nel mistero, ma è entrato in relazione con noi. Il cristianesimo è la religione che celebra continuamente la “manifestazione” di Dio, cioè la sua epifania» (ivi).

Un dialogo

A questa affermazione si rifà anche l’impianto di un importante documento del Magistero sulla preghiera cristiana, la Lettera Orationis forma, firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger (peraltro, volutamente, nel giorno della festa liturgica di S. Teresa d’Avila, il 15 ottobre 1989). Un documento che fu dedicato in particolare alla differenza tra la meditazione cristiana e quelle provenienti dalle spiritualità orientali. Il passaggio che qui citiamo esprime esattamente come il nostro modo di rivolgerci a Lui prenda “forma” dal modo con cui Lui si è rivolto a noi. E per questo permette la realtà e la bellezza di un dialogo: «La preghiera cristiana è sempre determinata dalla struttura della fede cristiana, nella quale risplende la verità stessa di Dio e della creatura. Per questo essa si configura, propriamente parlando, come un dialogo personale, intimo e profondo, tra l’uomo e DioUna preghiera autenticamente cristiana è essenzialmente l’incontro di due libertà, quella infinita di Dio con quella finita dell’uomo» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Orationis forma, n. 3).

La lingua di Dio

D’altra parte, già gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, e in particolare la Costituzione dogmatica Dei Verbum, avevano confermato che, mediante la Sua rivelazione, il Dio invisibile «nel Suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 4). Questa rivelazione si è compiuta attraverso parole e opere, date da Dio o ispirate da Lui, che rinviano sempre, reciprocamente, le une alle altre. E che poi convergono sempre verso un centro, Cristo, che è la pienezza della rivelazione; insieme al dono dello Spirito Santo, Spirito del Padre e del Figlio, che edifica la Chiesa nel suo cammino storico.

Di conseguenza, anche la preghiera che si ispira a questa rivelazione parte sempre da un’iniziativa di Dio. Come dice San Paolo nella Lettera ai Romani: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). Ecco perché possiamo dire, come fa Von Balthasar, che il dialogo tra noi e Dio inizia da Dio e si svolge nella “lingua di Dio”: «Quanto più un essere umano impara veramente a pregare, tanto più profondamente capisce che tutto il suo balbettare con Dio non è che una risposta al discorso che Dio gli fa e che perciò… ci si può intendere solo nella lingua di Dio. Dio ha cominciato a parlare per primo… Pensiamo anche solo a questo: il Padre nostro con cui ogni giorno gli parliamo non è già una sua parola? Non ce l’ha portato il Figlio di Dio che è, insieme, Dio e Parola di Dio? …E l’Ave Maria non è risuonata per prima sulle labbra di un angelo, cioè in una lingua celeste; e ciò che Elisabetta vi ha aggiunto, “piena di Spirito”, non è la risposta al suo primo contatto con il Dio che si è fatto uomo? Che cosa avremmo mai saputo dire a Dio, se Egli stesso non si fosse prima comunicato e manifestato a noi nella Parola, così da permetterci di avere accesso e familiarità con Lui? […] La preghiera è dunque un dialogo che la Parola di Dio conduce e dove noi non possiamo che essere gli ascoltatori… noi percepiamo la Parola di Dio e da questa Sua Parola attingiamo la risposta che le dobbiamo» (H.U. Von Balthasar, La preghiera contemplativa, in Id., Nella preghiera di Dio, Opere, XXVIII, 7, Jaca Book, 12).

Ogni preghiera è in Cristo

Se da un lato, allora, ogni preghiera cristiana ha sempre il suo inizio in Dio e avviene nella “lingua di Dio”, sia quando ne siamo consapevoli, sia quando ancora non lo siamo, dall’altro questo dialogo ha al centro un Fatto, che è una Persona, cioè il mistero immenso di Gesù Cristo. Che è il Verbo del Padre e, nello stesso tempo, la risposta dell’uomo, il “Sì” detto umanamente e filialmente alla volontà di Dio. È attraverso di Lui che il Cielo e la terra possono parlarsi e comprendersi. È in Lui che l’uomo in cammino può trovare riposo e vita. È a Lui che ogni uomo, alla ricerca di un senso per l’esistenza, può rivolgere ogni domanda. Ecco perché S. Giovanni della Croce, dando la parola al Padre, invita a non disperdersi nel cercare altre notizie, miracoli o novità per pregare: «Se ti ho già detto tutto nella Mia Parola, che è il Mio Figlio, e non ho altro da rivelare, come posso risponderti o rivelarti qualche altra cosa? Fissa lo sguardo in Lui solo e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri: in Lui ti ho detto e rivelato tutto» (Salita al Monte Carmelo 2, 22). Allo stesso modo, altrove, dice: «Una parola pronunciò il Padre, e fu Suo Figlio: ed essa parla sempre in eterno silenzio, e nel silenzio deve essere ascoltata dall’anima» (Detti di luce e amore).

Anche Von Balthasar descrive il riferimento necessario della nostra preghiera a questo “Centro”, a questo “Cuore”, ricordandolo a tutte le nostre ricerche di senso e di pace: «Noi siamo assillati dalla vita e stanchi, e ci guardiamo intorno se c’è un luogo di tranquillità, di autenticità e di ristoro… Ma non lo cerchiamo là dove ci aspetta, dov’è da noi raggiungibile: nel Figlio Suo, che è il Suo Verbo. Oppure noi cerchiamo Dio perché avremmo mille cose da chiederGli, senza le quali ci sembra di non poter continuare a vivere, Lo aggrediamo con problemi, vorremmo poter sapere, chiarire, alleggerire, e ci dimentichiamo in tutto ciò che Egli ci ha già risolto nella Sua Parola ogni questione, ci ha fornito ogni informazione per noi comprensibile in questa vita. Noi non tendiamo l’orecchio verso il punto in cui Dio parla: che vale per tutti i tempi e tutti i tempi non saranno in grado di esaurirla» (H.U. Von Balthasar, La preghiera contemplativa, in Id., op.cit., 13).

L’orazione carmelitana

Alla luce di quanto detto sin qui, allora, e a conclusione di questo breve percorso, è ancora il Carmelo che può offrirci una “definizione” essenziale di preghiera. Perché in fondo, il modo in cui Santa Teresa d’Avila descrive la sua orazione, non è altro che un’attuazione semplice, immediata e diretta di quanto detto sin qui sul senso fondamentale della preghiera cristiana. Per stare cioè dinanzi a Dio con tutte le nostre domande, ma anche per scoprirci preceduti dalla Sua iniziativa; per “parlare la sua lingua”, ma contando già su quella “Parola definitiva” che è il Suo Verbo fatto carne: per tutto questo, bisognerà ricordare che «l’orazione non è altro che un trattare con amicizia, intrattenendosi molte volte, da soli, con Chi sappiamo che ci ama» (Vita 7, 5).

Il “tratto”, infatti, nel linguaggio di S. Teresa, indica proprio il rapporto, cioè l’atto interpersonale con cui ci si mette in relazione con un’altra persona. Non è il legame in astratto, ma l’attuazione concreta di quel legame. Nella vita della riformatrice del Carmelo questa convinzione maturerà dopo più di venti anni di lotta interiore, che metterà alla fine al centro la consapevolezza della presenza di Dio, nell’anima come nella vita. Come precisa T. Alvarez, inoltre, «è da notare che la comunicazione comincia sempre da Lui, l’amico principale: da Lui comincia la parola e da Lui comincia l’amore. Infatti la Santa scrive: “trattare con Chi sappiamo che ci ama”. La mia orazione, in realtà, sarà un rapporto-risposta. […] L’orazione è tenersi in presenza, l’orazione è dialogo» (T. Alvarez, Gli occhi fissi su Cristo, OCD, 36-37).

L’amicizia, poi, per diventare vera, avrà bisogno di tempo. Per questo Teresa dice che per imparare a pregare servirà intrattenersi “molte volte”: affinché la preghiera diventi una vita, e affinché la vita intera diventi una preghiera. La preghiera che nasce così, d’altra parte, potrà e dovrà avere anche un respiro comunitario: è infatti un “dialogo” che ha sempre come custodia la Chiesa e sempre come orizzonte il mondo. Ma nello stesso tempo avrà bisogno anche di vera intimità, cioè di un incontro “da solo a Solo”, che sveli ogni verità del cuore. Perché la verità di ogni preghiera non sarà mai data da parole da dire, né da metodi da attuare, ma solo da un amore da vivere…

Per pregare, infatti, da uomini e da cristiani, nel segreto della propria cella come nel cuore del mondo, «l’essenziale non sta nel molto pensare, ma nel molto amare» (IV Mansioni 1,7).

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 25, NUMERO 1, Aprile 2024