Il conflitto tra Israele e Iran all’interno della crisi mediorientale

 

(Intervista ad Andrea Muratore a cura di Luca Sighel)

 

In questi mesi la tensione tra Israele e Iran si è acuita e le notizie che gli organi di informazione ci forniscono fanno temere il peggio. Capire la criticità dei rapporti tra questi due Paesi è cruciale per comprendere cosa si muove in tutta l’area mediorientale. Si tratta di una situazione in continua e rapida evoluzione e nel momento in cui si scrive è da pochi giorni avvenuto l’incidente che ha causato la morte del presidente iraniano Raisi. Ne abbiamo parlato con Andrea Muratore, analista geopolitico ed economico per Inside Over e ricercatore presso il CISINT – Centro Italia di Strategia e Intelligence e il centro studi Osservatorio Globalizzazione.

 

 

Qual è stato in passato il rapporto tra Israele e Iran e come la storia di questo rapporto pesa sui fatti odierni?

Dopo un inizio di secondo dopoguerra all’insegna della concordia, con Iran e Israele assieme alla Turchia, bastioni filo-occidentali in un Medio Oriente ove i Paesi arabi hanno fatto sempre l’occhiolino all’Urss, la Rivoluzione khomeinista del 1979 ha cambiato le carte in tavola. Israele e Iran sono diventati per motivi strategici e politici rivali esistenziali, principalmente per la svolta più attiva di Teheran nella regione e la saldatura con i movimenti sciiti tra Siria, Libano, Iraq, la famosa “mezzaluna sciita”. Tutto questo con una grande eccezione: la guerra Iran-Iraq, ove Israele sosteneva sotto banco Teheran, ritenendo Saddam Hussein un rivale più pericoloso per la sua vicinanza all’Olp e il suo programma di armi di distruzione di massa. Questa storia pesa, e pesa soprattutto la sua coda recente: il sostegno iraniano alla cacciata dell’Isis da Siria e Iraq, l’attivismo della Siria di Assad e di Hezbollah nell’estero vicino di Israele, i timori di Tel Aviv di subire pressioni dalla mezzaluna sciita.

Con l’attacco a Israele, l’Iran ha messo in atto un cambio di strategia? Con quali obiettivi? È cambiato qualcosa a livello dell’area mediorientale?

Israele e Iran hanno visto la loro rivalità fare un salto di qualità dopo lo scoppio della guerra a Gaza. Per l’Iran l’obiettivo è mettere pressione a Tel Aviv, ma, soprattutto, mostrare che la sua sfera di sicurezza è dilatata in profondità. Israele ha colto l’occasione della guerra a Gaza per costruire una narrazione che vuole Hamas sostenuta e finanziata dall’Iran, cosa che a dire il vero non è molto attinente alla realtà, per cogliere due piccioni con una fava: giustificare sul piano regionale il conflitto nella Striscia e dare legittimità alla guerra-ombra fatta di raid e incursioni contro le installazioni iraniane in Siria culminate col raid al consolato di Damasco di aprile.

Anche la situazione del mondo arabo è complessa e non uniforme. Come si stanno muovendo gli equilibri? E quale ruolo l’Iran intende assumere?

Nel 2023 l’Arabia Saudita ha siglato con l’Iran un accordo di distensione mediato dalla Cina e anche Emirati Arabi e Qatar. Sono accordi motivati da una volontà di normalizzazione. Il timore dei Paesi arabi è quello di un grande conflitto regionale, e così alla distensione con Israele mediata dagli Accordi di Abramo (agosto 2020) si sta aggiungendo la ricerca di intese con l’Iran. All’ultimo vertice della Lega Araba a Gedda, ad esempio, i sauditi hanno invitato il filo-iraniano Assad. Si crea ora una situazione che ricade sui Paesi arabi centrali con il tentativo di trascinare nell’agone anche gli USA, che hanno offerto alla dinastia Saudita un patto onnicomprensivo di sicurezza.

Dopo la crisi di aprile, con il botta e risposta, ora la situazione com’è? Cosa dobbiamo o possiamo aspettarci? Quali potrebbero essere le prossime mosse?

La risposta iraniana con i droni ha sostanzialmente appagato Teheran senza creare danni a Israele dopo i raid di Damasco. Un messaggio per dire “incidente concluso”. A mio avviso la situazione continuerà con una logorante guerra a bassa intensità nelle installazioni della “Mezzaluna Sciita” ad alta intensità retorica. Israele colpirà gli obiettivi iraniani con l’aviazione ma non lancerà offensive più ampie, temendo in particolare Hezbollah, gruppo filoiraniano in Libano, che dispone di missili capaci di colpire Israele. L’Iran da un lato è soddisfatto di aver mostrato la vulnerabilità di Israele, ma dall’altro ha grandi lacune securitarie: il suo obiettivo ora è ricostruire un ordine interno dopo i gravi fatti di quest’anno, dall’attentato di gennaio alla tragica morte del presidente Raisi, che hanno mostrato le falle di una catena di comando già stressata dalle numerose perdite subite negli ultimi anni.

Questi ultimi fatti che hanno inasprito i rapporti tra Iran e Israele avranno una ricaduta più ampia? In che modo?

Più in generale è la crisi del Medio Oriente ad avere una ricaduta internazionale. E la componente della rivalità israelo-iraniana è la più accesa di questa crisi. A mio avviso sul medio-lungo periodo l’idea di un arco di crisi che possa aprirsi con la destabilizzazione degli Stati multietnici e multi-confessionali della regione, come si è visto tra Iraq, Libano e Siria, non è da escludere. E soprattutto sia Israele che Iran stanno mostrando una pericolosa attitudine a reagire ai periodi di tensione interna, proiettando all’esterno la loro potenza. Nulla che superi il livello di guardia per ora, ma i precedenti che si creano non vanno scordati.

Come si muovono le grandi potenze rispetto a questa rivalità? Ci sono state o potrebbero esserci delle prese di posizione più esplicite?

Vedo sostanzialmente la Russia e la Cina attente a non “bruciarsi”, complice il minor diretto coinvolgimento, e attive a sfruttare il vantaggio d’immagine di essere, in quest’ottica, vincitrici su fronti come quello dei commerci dalla componente del Mar Rosso di questa crisi. Un’attenzione che nasce dal fatto che Mosca e Pechino possono permettersi di perseguire ambizioni regionali senza essere pesantemente coinvolte: la Russia mantiene il presidio siriano, la Cina ha un’attività fortemente commerciale. Chi vedo in crisi d’identità sono gli USA, a cui la guerra a Gaza crea problemi su più fronti, anche sul fronte Israele-Iran, dato che Joe Biden mirava a ricondurre nell’alveo diplomatico la disputa nata col ritorno delle sanzioni a Teheran. L’America non sa quello che vuole in Medio Oriente, su ogni scenario, e questo alimenta il caos.

Quali potrebbero essere invece le prospettive di una ipotetica distensione? È utopia?

Si potrà parlare di distensione quando la madre di tutte le questioni, la guerra a Gaza, sarà finita. E quando, quindi, ci si renderà conto che per via militare nessuno può vincere questo conflitto. Una soluzione per la guerra a Gaza potrebbe venire, a mio avviso, col combinato disposto tra un nuovo governo in Israele e una valorizzazione di un’Autorità Palestinese che sia seria e non corrotta come quella attuale, vera portavoce del suo popolo. Aspettiamo di capire poi come si muoverà il futuro presidente iraniano. Idealmente ipotizzerei un “Congresso di Vienna” mediorientale che a partire da Gaza possa garantire un ordine regionale. Vi dovrebbero partecipare i rappresentanti delle grandi potenze, degli attori mediorientali, delle religioni. Perché solo unendo questi tre campi si può dare ordine al Medio Oriente. Chi vi dovrebbe prendere parte? Innanzitutto israeliani, palestinesi, iraniani e Paesi del Golfo. Poi i grandi: Cina, Russia, USA e, nella regione, Turchia. Esponenti dell’ONU e delle istituzioni finanziarie internazionali, per irrorare con un grande Piano Marshall la rinascita del Medio Oriente. E, soprattutto, la Fede: Papa Francesco, l’Ayatollah al-Sistani e l’emiro di Al-Azhar del Cairo, in nome della Dichiarazione sulla Fraternità Umana, possono essere anche attori diplomatici. So che è un piano, ad oggi, utopistico e remoto. E dal 7 ottobre ai tragici fatti di Rafah, la guerra a Gaza sta calpestando ogni fondamento di umana fraternità. Ma la realtà è utopia realizzata. E non dobbiamo rassegnarci che la guerra sia per sempre.

 

©Dialoghi Carmelitani, ANNO 25, NUMERO 2, Giugno 2024

 

Andrea MuratoreANDREA MURATORE. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017, ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per Inside Over, collabora con Lettera43, MowMag e True News svolgendo attività di ricerca presso il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il CISINT – Centro Italiano di Strategia ed Intelligence, del cui Osservatorio per la Sicurezza del Sistema Industriale Strategico Nazionale (O.S.S.I.S.Na.) è Responsabile Analisi.